Pavimenti poco noti da vecchi scavi lungo la pendice nordoccidentale del Campidoglio: la domus di via delle Tre Pile

Claudia Angelelli


This paper takes into consideration some pavement fragments brought to light on the northwestern slope of Capitoline Hill in the course of excavations undertaken in 1892 along via delle Tre Pile. These ancient floors are related with other remains discovered in 1930 by Colini during the construction of Via del Mare. The review of all available data has allowed to formulate a more precise typological and chronological classification of these pavements, increasing the knowledge on ancient pavements from the Regio VIII of Rome.

Nel 1892 un’articolata serie di strutture murarie e livelli pavimentali fu riportata in luce durante lavori di scavo per la costruzione di un muro di sottofondazione nel giardino posto sul retro della casa di proprietà Iannetti, già al civico 7 di via delle Tre Pile. L’ubicazione della scoperta – come di consueto documentata soltanto da brevi note descrittive riportate nei giornali dei lavori[1] e pubblicate, senza ulteriori dettagli, nelle contemporanee Notizie degli Scavi[2] – è ricostruibile con buona approssimazione anche grazie alle informazioni ricavabili dalle mappe del Catasto Urbano e dei relativi brogliardi[3] (fig. 1). Dalla relazione di scavo si ricava che, ad una quota superiore (- 2 m circa dal p.d.c.), furono intercettate alcune strutture murarie in laterizio, messe in relazione dal Marchetti con gli «antichi resti di abitazione privata» evidenziati ad una quota ben inferiore (- 4,30 m circa dal p.d.c.) ma molto probabilmente – come si vedrà più avanti – riferibili ad un distinto e preesistente complesso edilizio. In effetti, per posizione e quota di affioramento, sembra più logico pensare che le evidenze descritte dal Marchetti siano in realtà da ricollegare ad altre strutture laterizie presenti nell’area.

Già Lanciani, infatti, nel descrivere i lavori «pel rinnovamento del clivo capitolino detto delle Tre Pile» (avviati verso gli anni Settanta del XIX secolo), segnalava poco più a monte – nel settore «compreso fra la seconda e la terza rivolta della nuova strada» e a ridosso di un tratto di muro in blocchi di tufo attribuito alle “mura serviane” [4] – l’esistenza di resti di costruzioni «di opera laterizia spettanti ad edificio privato, con tracce di pavimenti di opera spicata», attribuito alla seconda metà del II secolo in base ai bolli laterizi[5]. Ulteriori resti furono osservati sempre dal Lanciani, al disotto della casa già al civico 21-22 della scomparsa via Tor de’ Specchi e «nelle cantine della casa Janetti», dove era visibile «un’ampia sala, coperta a volta, con le pareti di ottima opera laterizia; e con una zona di grandi mensoloni di travertino»[6] (fig. 2). La “sala” fu “riscoperta” e riesaminata dal Colini in occasione dei lavori effettuati fra 1928 e 1930 per la realizzazione del progetto di isolamento del Campidoglio e l’apertura della Via del Mare, che comportarono il taglio dell’estremità NO di via delle Tre Pile e la demolizione della casa Iannetti[7] (fig. 3, n. 1). All’interno della struttura, composta in realtà da due vani adiacenti (una taberna con relativo retrobottega), sussistevano ancora all’epoca ampi tratti dell’apparato decorativo parietale (fig. 4); completamente scomparsa era invece la pavimentazione originaria, forse più cancellata dall’usura che intenzionalmente asportata[8]. È comunque probabile che almeno il settore decorato con affreschi fosse rivestito con una pavimentazione in tessellato, analogamente a quanto riscontrato in un ambiente del piano superiore[9]. La taberna viene attribuita dal Colini alla fine del III secolo, ma la cronologia proposta suscita qualche perplessità, poiché sia la tecnica costruttiva, sia la decorazione pittorica in stile lineare rosso-verde sembrerebbero indirizzare verso una datazione anteriore (epoca severiana o poco oltre)[10]. Pare invece fuori di dubbio la pertinenza di questo ambiente – e delle altre strutture in laterizio sopra descritte – ad uno dei fabbricati del tipo usualmente (e impropriamente) definito “insula” esistenti su questo versante del colle capitolino[11].

Ad un complesso edilizio di tipologia analoga vanno inoltre attribuiti i resti di «costruzione della fine del I o del principio del II sec. d.C.» portati in luce sempre dal Colini poco più ad S della citata taberna, nello spazio compreso fra quella e la balza tufacea del colle (fig. 3, n. 2). Nel descrivere l’edificio – caratterizzato da strutture in opera mista (di reticolato e laterizio) e da un apparato decorativo di discreta qualità (con pareti «rivestite di buoni intonaci dipinti» e «pavimenti a mosaico») – lo studioso aggiunge due annotazioni di un certo interesse. La prima riguarda l’uso prolungato della costruzione, che fu restaurata e mantenuta in uso fino alla tarda antichità; la seconda invece si riferisce al rinvenimento, nel corso degli scavi, di un tratto di muro in «opus quasi reticulatum» inglobato nelle strutture di epoca imperiale e di «vari resti di pavimenti in opus signinum con lapilli colorati sottoposti ai resti dei mosaici delle costruzioni più tarde», questi ultimi esplicitamente messi in relazione con il suddetto muro in incerto[12]. Il posizionamento della citata struttura muraria (e quindi, approssimativamente, dei lacerti pavimentali) si ricava dal confronto fra la pianta redatta nel 1930 dal Giammiti (fig. 3) e uno schizzo tratto dai diari di scavo del Colini (fig. 5), dal quale si evince, peraltro, un altro dettaglio significativo, ossia la prossimità topografica fra questi ultimi rinvenimenti e quelli effettuati nel 1892 nell’area del giardino Iannetti, come si può constatare dalla sovrapposizione fra la mappa del Catasto Urbano e la planimetria degli scavi del 1930 (fig. 6).

Tornando ora alle scoperte di fine Ottocento, la relazione di scavo del Marchetti[13] riferisce del rinvenimento dei resti di una «camera» decorata con affreschi e pavimentazioni in opus sectile e in tessellato, queste ultime pertinenti a due distinte fasi decorative. Dell’ambiente, con ogni probabilità pertinente ad una domus, sussisteva soltanto uno dei muri perimetrali, evidenziato «sul lato destro dello scavo» e conservato per un’altezza massima di 2,30 m. Su questa parete – di cui l’autore descrive soltanto la decorazione, senza fornire alcuna indicazione riguardo alla tecnica costruttiva –  aderiva ancora l’intonaco originario, con zoccolo decorato «a scomparti geometrici, di fascioni e specchi imitanti marmi di vario colore»; il registro superiore era invece decorato «a riquadratura di specchi, con sfondi dipinti, alternatamente, a colore rosso e morellone, intramezzati da pilastri con sfondo dipinto a colore giallo, e questi decorati sugli angoli da eleganti colonnine binate». Il vano conservava anche resti di una pavimentazione a commesso lapideo, redatto «con marmi di vario colore, disposti a intarsio, con scomparti geometrici di esagoni di marmo bianco e rombi di giallo brecciato», sovrapposta ad un più antico livello pavimentale «a mosaico bianco, piuttosto consunto», giacente circa 30 cm al disotto del sectile.

Considerando nel loro insieme i dati fin qui esposti, pare quindi possibile ipotizzare che sia i resti di strutture murarie e di pavimenti visti nel 1892 dal Marchetti nel giardino di casa Iannetti, sia quelli visti nel 1930 dal Colini poco più a S dei precedenti appartengano ad un unico complesso abitativo – di cui non è purtroppo possibile ricostruire planimetria e estensione – caratterizzato da almeno due fasi decorative.

In base ai pochi dati descrittivi disponibili, la prima fase della domus sembrerebbe caratterizzata da strutture murarie in opera incerta o reticolata: l’espressione opus quasi reticulatum usata dal Colini è in effetti ambigua e non permette di stabilire con certezza – nell’impossibilità di un riscontro diretto – a quale delle due tecniche costruttive sia realmente riferita. Pare tuttavia possibile ipotizzare che essa intenda riferirsi ad un paramento murario ancora abbastanza irregolare, piuttosto frequente nei decenni a cavallo tra il II e il I sec. a.C.; verso lo stesso orizzonte cronologico sembrerebbero riportare anche le pitture parietali accuratamente illustrate dal Marchetti, la cui descrizione trova buona corrispondenza nei caratteri canonici dei sistemi decorativi di II Stile iniziale. Pienamente compatibile con una datazione di inizi I sec. a.C. risulterebbe d’altronde l’uso, nella «camera» dipinta (verosimilmente un ambiente di rappresentanza della domus), di un pavimento in semplice tessellato bianco, all’epoca ancora considerata una tipologia pavimentale “di lusso” e pertanto riservata agli ambienti di rappresentanza[14]. Del tutto coerenti con il resto dei dati – considerata anche la probabile relazione stratigrafica con la struttura muraria in incerto/reticolato – sono, infine, i resti pavimentali in «opus signinum con lapilli colorati», vale a dire in cementizio a base fittile con decorazione a punteggiato irregolare di elementi lapidei policromi di piccole dimensioni (tessere e scaglie, come negli esempi alle figg. 7-8), tipologia ampiamente diffusa in area romana e centroitalica fra II e prima metà del I sec. a.C.[15].

Ad una successiva fase decorativa va invece attribuito il pavimento in opus sectile a piccolo modulo con composizione di esagoni e losanghe[16] (fig. 9), rinvenuto all’interno del vano affrescato e sovrapposto al tessellato bianco di prima fase. Oltre all’evidenza stratigrafica, indirizza infatti verso una cronologia posteriore la redazione in materiali verosimilmente misti, ossia palombino (in letteratura assai spesso confuso con il marmo bianco) e giallo antico, che spinge ad ipotizzare per la stesura una cronologia di età augustea o giulio claudia[17].

 


Note

[1] Archivio Centrale dello Stato, Ministero della Pubblica Istruzione, Direzione Generale Antichità e Belle Arti, II vers. b. 224, fasc. 3843, 1892 luglio 27 (testo ripreso da Mazzei 2019, p. 51, Allegato 1): «il nominato proprietario (Iannetti) col praticare un cavo di terra nel giardino posto a tergo della indicata casa (…) mise allo scoperto pochi avanzi di un’antica casa romana».
[2] Marchetti 1892.
[3] Archivio di Stato di Roma (in seguito: ASR), Presidenza Generale del Censo, Catasto Urbano di Roma, Rione X, Campitelli, f. 1 (1818-1824) e allegato I-1 (1871): la proprietà Iannetti corrisponde alla part. 196. Nelle mappe catastali storiche, sia nella prima versione che nei successivi aggiornamenti, la salita delle Tre Pile appare ancora nel suo assetto precedente ai lavori di risistemazione della strada.
[4] Lanciani 1872, tav. IV, nn. 1-2. Cfr. anche Mazzei 2019, p. 51.
[5] Lanciani 1872, pp. 143-144; Muñoz, Colini 1930, p. 44.
[6] Lanciani 1872, p. 145 e tav. IV, n. 4. L’edificio è rappresentato anche in FVR, tav. XXVIII.
[7] Muñoz, Colini 1930, pp. 38-43 e tav. f.t.
[8] Protrattasi fino ad epoca contemporanea: Muñoz, Colini 1930, p. 41. Negli scavi archeologici il rinvenimento di ambienti privi di pavimento è un evento tutt’altro che raro. Per quanto riguarda gli ambienti secondari o di servizio, la mancanza potrebbe essere spiegata dall’uso di piani di calpestio costituiti da semplici battuti di terra, eventualmente coperti da tavolati lignei o altro materiale movibile e/o deperibile (stuoie, tappeti o altro: si vedano in proposito le osservazioni in Angelelli, Musco 2015, p. 24). Diversamente, nei vani di maggior pregio o, comunque, dotati di apparato decorativo parietale, è probabile che la scomparsa sia dovuta a progressivo deterioramento, fenomeno normale nei pavimenti di scarsa qualità (caratterizzati da strati preparatori di spessore sottile e realizzati con malta terrosa, piuttosto usuali a partire dal III secolo: cfr. Lugari2017, p. 717): si deve infatti tenere presente che – per quanto sistematica – l’asportazione di un rivestimento pavimentale di buon livello qualitativo (ossia con preparazione di spessore medio o alto e malta tenace) lascia sempre in situ qualche traccia, soprattutto in prossimità delle pareti.
[9] Muñoz, Colini 1930, p. 41.
[10] Verso questa datazione sembra riportare, in particolare, l’uso, nel paramento, di tegole fratte (lunghe oltre 24 cm) e di laterizi di spessore prevalentemente sottile (2,5-3,5 cm), alternati a spessi letti di malta; piuttosto caratteristici del periodo sono inoltre i ricorsi di bipedali e l’uso, qui occasionale, dell’opera listata: cfr. Muñoz, Colini 1930, p. 38, nota 1.
[11] Lungo la pendice NO del Campidoglio erano collocate diverse “insulae” di età adrianea o antoniniana (con continuità d’uso e trasformazioni fino al IV sec. d.C.), riportate in luce nel corso dei lavori eseguiti per la realizzazione del progetto di isolamento del Campidoglio e l’apertura della Via del Mare (cfr. Angelelli 2014, p. 310). Oltre al caseggiato cd. dell’Aracoeli (Ippoliti 2015, con bibl. prec.) sono da menzionare la “Casa dei mulini” (Muñoz, Colini 1930, pp. 53-54; Colini 1998, pp. 130-137, 144-145: fig. 3, n. 3) la “Grande insula” della Rampa Caffarelli (Muñoz, Colini1930, pp. 54-64: fig. 3, n. 4), il caseggiato messo in luce nell’area della scomparsa chiesa di S. Andrea in Vincis (c.d. Casa cristiana: Muñoz, Colini1930, pp. 64-68; Colini 1998, pp. 142-143: fig. 3, n. 5) e il complesso polifunzionale con balneum collocato subito ad ovest della precedente (Muñoz, Colini 1930, pp. 68-76; Colini 1998, pp. 138-139, 151, 155-159, 161-165: fig. 3, n. 6). I dati di scavo relativi a queste “insulae” sono stati recentemente ripresi in esame nell’ambito della giornata di studio L’area archeologica delle pendici occidentali del Campidoglio. Dai lavori della via del Mare alle nuove ricerche, organizzata dalla Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, University of Southampton e Sapienza Università di Roma e svoltasi presso il Musei Capitolini il 15 maggio 2018 (atti in corso di stampa). Sulle “insulae” di Roma si veda inoltre, in generale, Priester 2002.
[12] Muñoz, Colini 1930, p. 41.
[13] Marchetti 1892 (da cui sono estratti i successivi brani virgolettati).
[14] A Roma l’uso di semplici tessellati monocromi in ordito obliquo incorniciati da una semplice fascia in colore contrastante oppure da cornici policrome in resa prospettica rappresentano una costante in tutti i principali complessi abitativi datati entro il primo quarto del I sec. a.C. (ad es. nella Casa dei Grifi, nelle domus a SO della Casa di Livia, di S. Spirito in Sassia e di via Zucchelli sul Pincio; nel suburbio, nelle ville del Casale di S. Basilio e di Corcolle): v. in proposito Angelelli 2018, pp. 449 (con bibl prec.). Sull’uso e diffusione dei pavimenti in tessellato bianco si rinvia inoltre, in generale, a Angelelli 2017, pp. 36-39 (con bibl. prec.).
[15] Oltre ai numerosi esempi citati in Grandi 2001, pp. 73-74, nota 99, si rinvia – per un inquadramento generale – a Guidobaldi et alii, Ercolano, pp. 397-398.
[16] Motivo E/B della classificazione Guidobaldi. Il motivo, non frequente, è attestato a Pompei, Villa di Fabio Rufo, VII, xvi, 22, ambiente 29: Bragantini 1997, p. 978, n°53; Guidobaldi, Olevano 1998, p. 232, tav. 5, 4.
[17] Sul valore di discriminante cronologico attribuibile all’uso dei materiali litici e marmorei nei sectilia pavimenta e, in generale, nei pavimenti antichi, cfr. Guidobaldi 1994 e Guidobaldi et alii, Ercolano, pp. 431-440.

Abbreviazioni bibliografiche

  • Angelelli 2014 = C. Angelelli, Pavimenti poco noti o inediti dalle regiones VIII e IX: alcune riflessioni a margine del Progetto CMR – “Corpus dei mosaici di Roma”, in AISCOM XIX, 2014, pp. 305-317.
  • Angelelli 2017 = C. Angelelli, Nuove osservazioni su alcuni pavimenti dalla regio VIII di Roma (con un contributo di M. Ceci), in Musiva & Sectilia, 14, 2017 (2019), pp. 16-115.
  • Angelelli 2018 = C. Angelelli, Catalogazione informatizzata e fruizione dei dati. La cultura pavimentale dell’Italia romana (iii sec. a.C.-vsec. d.C.) e il Progetto TESS: analisi ponderata e revisione cronologica dei contesti, tesi di Dottorato in Storia, Critica e Conservazione dei Beni Culturali (xxxi Ciclo), Università degli Studi di Padova, aa. 2015-2018 (http://paduaresearch.cab. unipd.it/11340/1/Angelelli_Claudia_tesi.pdf).
  • Angelelli, Musco 2015 = C. Angelelli, S. Musco, Pavimenti inediti e poco noti dalla mansio di Quarto di Corzano (Roma), in CollIntMos, XII, 2015, pp. 23-33.
  • Bragantini 1997 = I. Bragantini, VII, 16 (ins. Occ.), 22. Casa di M. Fabius Rufus, in PPM, VII, 1997, pp. 947-1125.
  • Colini 1998 = A.M. Colini, Appunti degli scavi di Roma, I, edd. C. Buzzetti, G. Ioppolo, G. Pisani Sartorio, Roma 1998.
  • Grandi 2001 = M. Grandi, Riflessioni sulla cronologia dei pavimenti cementizi con decorazione in tessere, in AISCOM VIII, 2001, pp. 183-197.
  • Guidobaldi 1994 = F. Guidobaldi, Sectilia pavimenta: la produzione più antica in materiali non marmorei o misti, in AISCOM I, 1994, pp. 159-161.
  • Guidobaldi, Olevano 1998 = F. Guidobaldi, F. Olevano, Sectilia pavimenta dell’area vesuviana, in Marmi antichi II. Cave e tecnica di lavorazione, provenienza e distribuzione, ed. P. Pensabene, Roma 1998 (Studi Miscellanei, 31), pp. 223-240.
  • Ippoliti 2015 = M. Ippoliti, Le due insulae presso la scalinata di S. Maria in Aracoeli: analisi archeologica e ricostruzione architettonica, in ScAnt 21, 2015, pp. 181-199.
  • Lanciani 1872 = R. Lanciani, Scoperte alla Salita detta delle Tre Pile, in BCom I, 1872, pp. 138-151.
  • Lugari 2017 = A. Lugari, Analisi tecnica dell’evoluzione delle metodologie delle decorazioni pavimentali dal periodo medio repubblicano al primo impero, in AISCOM XXII, 2017, pp. 713-725.
  • Marchetti 1892 = D. Marchetti, Nuove scoperte nella città e nel suburbio. Regione VIII, in NSc, 1892, pp. 229-230.
  • Mazzei 2019 = P. Mazzei, Il Campidoglio. Dalle origini alla fine dell’antichità. La carta archeologica 1. I temi di ricerca, Roma 2019.
  • Muñoz, Colini 1930 = A. Muñoz, A. M. Colini, Campidoglio, Roma 1930.
  • Priester 2002 = S. Priester, Ad summas tegulas. Untersuchungen zu viegelschossigen Gebäudelblöcken mit Wohneinheiten und Insulae im Kaiserzeitlichen Rom, Roma 2002.