Problemi di stile: le posizioni di Luca Beltrami e Paolo Cesa Bianchi intorno al restauro pavimentale del Duomo di Milano

Marco Emilio Erba


This paper overviews Luca Beltrami and Paolo Cesa Bianchi’s consideration and stances regarding the late 18th-century restoration of Milan Cathedral’s floor and its references to the geometrical wall paintings adorning the upper gallery’s walls in Pandino Castle.

Nell’ultimo quarto dell’Ottocento gli architetti Luca Beltrami e Paolo Cesa Bianchi hanno intrecciato il proprio nome, in misura diversa ma egualmente incisiva, alla storia edilizia del Duomo di Milano e al dibattito sorto intorno ad esso[1]. Il primo, assai più celebre, fu poliedrico ed instancabile restauratore, giornalista, storico dell’arte e dell’architettura, novellista, uomo politico di enorme peso, e alla cattedrale dedicò una fetta per nulla modesta della sua ricchissima e variegata produzione scritta[2]; il secondo, ingegnere-architetto della Fabbrica dal 1877 al 1912, si distinse anche come libero professionista in numerosi cantieri milanesi e non solo[3]. Sebbene interessati da percorsi professionali ben distinti, i due personaggi si trovarono più a volte a collaborare in ragione delle rispettive posizioni o, in alternativa, a fronteggiarsi nelle vesti di rivali, come nel caso del concorso internazionale bandito nel 1886 per la nuova facciata del Duomo, dal quale uscirono entrambi sconfitti.

Acquisiscono un certo interesse le conclusioni cui ambedue giunsero nel 1888, inevitabile premessa agli interventi di restauro e completamento richiesti, ancora una volta, dai pavimenti del Duomo meneghino[4]. I pesanti lavori restaurativi, di manutenzione e rifacimento succedutisi praticamente lungo tutto l’arco del Novecento, se non addirittura fino ad anni recentissimi, hanno livellato drasticamente un quadro che, in pieno XIX secolo, doveva presentarsi in certa misura più diversificato[5]: chiunque oggi percorresse la chiesa troverebbe coerentemente in opera nelle cinque navate una maglia di riquadri giocata sull’alternanza di una formella a compasso quadrilobo – conclusa da quattro conchiglioni a pettine disposti assialmente sui vertici del quadrato – e di una rosa polilobata entro riquadro nero, reticolo esuberante arricchito di motivi decorativi a campanula e inquadrato da fasce di raccordo con una successione di fiori quadrilobati (fig. 1); nel giro del coro si riscontrano lievi variazioni a livello ornamentale, su tutte i vivaci tralci floreali in luogo delle precedenti conchiglie.

Se la naturale usura del marmo di Candoglia, unico litotipo da sempre adottato per il sacro suolo marmoreo della chiesa insieme al rosso d’Arzo e al nero di Varenna (in seguito rimpiazzati dal rosso veronese e dal nero del Belgio), aveva reso necessario intervenire a più riprese con parziali ripavimentazioni in diversi settori dell’edificio già nei primi decenni dell’Ottocento, all’alba degli anni Ottanta i dissenti erano giunti a un livello tale da richiedere urgenti contromisure. Il Cesa Bianchi fu quindi incaricato di sottoporre un nuovo progetto all’Amministrazione della Fabbrica, a sua volta indecisa se mantenere il disegno già in posa o ricorrere a qualcosa di completamente nuovo, sulla scorta di quanto suggerito a suo tempo da Giuseppe Vandoni (predecessore dello stesso Cesa Bianchi), sostenitore di un pavimento redatto in semplici lastre di marmo di più agevole manutenzione.

A partire dal 1881 Cesa Bianchi allestisce relazioni, tavole e proposte di riforme pavimentali (figg. 2-3), ma nel 1888 l’argomento era ancora di attualità e lungi dal trovare una soluzione. Nel timore che il nuovo disegno si rivelasse poco «conforme al carattere del tempio»[6], Beltrami sostenne in una concisa e accorta riflessione storico-metodologica[7] come il pavimento messo in opera sul finire del Cinquecento su progetto di Pellegrino Tibaldi nell’area del pulpito, di alcune cappelle e del transetto avesse riproposto consapevolmente, ma con lievi variazioni, il precedente motivo decorativo quattrocentesco. Opponendosi a un radicale stravolgimento, l’architetto suggeriva che i restauri si limitassero a «epurare qualche dettaglio, ripristinandovi la correttezza di linee della decorazione medioevale»[8], per il resto sostituendo il materiale danneggiato. Il termine di confronto stringente chiamato in causa era quello delle vivaci pitture murali trecentesche a carattere geometrico che decorano il loggiato del Castello di Pandino (CR), giocate sul ripetitivo alternarsi di frontoni traforati e compassi quadrilobi, all’interno dei quali campeggiano gli stemmi dei Visconti e dei Della Scala[9](fig. 4).

In chiosa alla lunga e articolata relazione presentata alla Fabbriceria in data 4 giugno dello stesso anno, Cesa Bianchi spende poche righe per ribadire il concetto non senza una certa vena polemica nei confronti dell’illustre collega:

 

«Nella seconda parte della presente Relazione tratta lo scrivente del vero pavimento che a parer suo si convenga al Duomo suffragato da avanzo archeologico di pochi anni prima del suo inizio.

Il disegno parietale di fondo della loggia nobile del Castello di Pandino fatto a’ tempi di Beatrice della Scala moglie di Bernabò Visconti presenta la stessa maglia del pavimento del Duomo. L’Arch.Schmidt anni sono che lo visitai a Vienna ne restò sorpreso sì che mi pregò di lasciargliene la fotografia – quanto feci.

Fu in quest’anno che lo scrivente poté solamente studiare più a fondo il quesito. Avuto per la gentilezza dell’Illus.nostro Sig. Marchese Carlo Ermes Visconti un biglietto d’accesso al Castello di Pandino rilasciatogli dal Proprietario Sig.Conte Emanuele D’Adda, poté in parecchie riprese ispezionare là, e farvi rilievi pur de’dipinti. – Attendeva il sottoscritto allo studio di applicazione di quel disegno al pavimento del Duomo, quando l’Eg.Architetto Beltrami della locale Conservatrice de’monumenti ne fece succinta pubblicazione nel nostro Archivio Storico Lombardo; anzi, quivi il Beltrami intesta l’articolo addirittura “Il Pavimento del Duomo di Milano”; quivi concede al scrivente di avervi riconosciuta l’analogia[10]; e conclude “a proposito del restauro che vi si osservi per epurare qualche dettaglio del pavimento del Duomo odierno, ripristinandovi la correttezza di linee della decorazione medioevale”.

Lo scrivente avendo compiuto i suoi studi precedentemente iniziati circa l’applicazione del tipo di Pandino ne fa presentazioni qui dagli studi fatti in uno a quelli fatti da esso negli anni dall’81 all’84.

Lo scrivente in conclusione già che lo studio del pavimento del Duomo e suo restauro, è sulla bocca di tanti e specialmente d’alcuni della superiorità d’arte e già che Egli s’è applicato al partito finora di rinnovare verso quel tipo antico di Pandino il Pavimento del Duomo mentre l’Arch.Beltrami nel suo Articolo avvisava a una minore novazione = farebbe Proposta che l’O.le Amminis.ne colla scorta degli studi passati e presenti d’arte in merito al Pavimento del Duomo ne iniziasse la trattazione in confronto della Superiorità conservatine, per poi dare esecuzione ad un campione ne’marmi proposti.

Ing. Paolo Cesa Bianchi»[11].

 

Siamo quindi di fronte a due diverse prese di posizione, che pure affondano le radici nei medesimi presupposti: da una parte Beltrami, fedele ai propri principi, vede nel restauro del pavimento un ritorno al concetto primitivo del monumento in questione, l’opportunità di offrire una testimonianza dell’epoca storica in cui lo stesso è stato costruito, senza troppe deviazioni rispetto a quanto il dato materiale suggerisce con l’ausilio di utili raffronti[12]; dall’altra Cesa Bianchi, che all’opposto trae ispirazione dagli affreschi per produrre con maggiore libertà qualcosa di stilisticamente affine e insieme innovativo, come si apprende volgendo l’occhio alle tavole superstiti (figg. 5-6), dove il nuovo pavimento ricalca fedelmente fin nei più minimi particolari – e con l’aggiunta di un nuovo marmo, il verde di Varallo – le pitture murali del Castello di Pandino.

Il progetto non incontrò a tutta evidenza il favore della Fabbrica e ancora nel decennio seguente il Cesa Bianchi spese tempo ed energie in studi e ricerche sotto la vigile supervisione proprio di Beltrami, divenuto frattanto direttore dell’Ufficio Regionale per la Conservazione dei Monumenti Lombardi. La corrispondenza intercorsa tra i due[13], qui riportata in Appendice, anche se non particolarmente significativa di per sé, è comunque testimonianza preziosa e curiosa del sodalizio stretto in vista della ripavimentazione messa in atto di lì a pochi anni.

 

Appendice

Carta intestata “Amministrazione Fabbrica del Duomo di Milano”[14]
Milano, il g.no 26.I.94.
Illus.mo Sig. Professore Arch. Luca Beltrami.
Adesso ó finito colla diligenza che mi sono riproposta il disegno ne’dettaglio dello studio di pavimento del Duomo e allora io sono altresì nel vivo desiderio di mostrarcelo. Scrivo anche a Landriani allo stesso intento e perché vi avrò risposta del giorno e dell’ora da scegliere. / Questa mia resta di primo avviso che non avendo risposta ammetta ch’Ella al presente è disponibile a Milano e attende la seconda lettera mia colle indicazioni di Landriani[15] come s’è fatto l’altra volta, fra le quali sceglierà la tornata dell’appuntamento (al mio studio) che Le si conviene.
La riverisco e sono Devotissimo
Paolo Cesa Bianchi

Carta intestata “Amministrazione Fabbrica del Duomo di Milano”[16]
Milano, il g.no 13.II.94.
Illus.mo Sig.re Prof. Arch. Luca Beltrami
Direttore dell’Ufficio Regionale per la conserv.dei Monumenti della Lom.
Il sottoscritto nel mentre si compiace di informare l’illus. S.V. che – giusta i modi di intendere avvisati nell’ultimo ritrovo – á terminato (sembra con piena persuasione) lo studio circa il pavimento del Duomo, nel decimo e al naturale; scrive la presente per pregarla a volerglielo esaminare, il progetto in analisi, al di Lui Studio di Via Arcivescovado, possibilmente prima che L’Illus.S.V. si assenti da Milano per Parlamento. Esaminato che sia il progetto cogli ultimi avvisamenti potrà il sottoscritto procedere più francamente a fare la gran prova su tela in Duomo per dipinto del nuovo pavimento. Per norma, avviserò – come al solito – la risposta del Prof. Landriani.
Nell’occasione presentando i miei ossequi sono a professarmi
Dev.mo Paolo Cesa Bianchi della fab.ca

Carta intestata “Amministrazione Fabbrica del Duomo di Milano”[17]
Milano, il g.no 13. Marzo 1894.
Illus.Sig. Dirett.Cav. Dep.Arch.Luca Beltrami
Il dipinto in grande di prova al pavimento per Duomo è in pronto per l’esame che deve portargli. Io sono a disposizione sempre, al Duomo o in casa, per prestarmi agli appuntamenti o a’ritrovi che intenda occasionarmi e s’intenda pronto sono – come gliene scrissi – ad avvisare il Prof.re Landriani per esserle a seconda.
Sono con ossequio a riverirla
Dev.Paolo Cesa Bianchi della fabb.ca del Duomo

Carta intestata “Amministrazione Fabbrica del Duomo di Milano”[18]
Milano, il g.no 24. Marzo 1894.
Illus.Sig. Prof.Dep. Arch. Luca Beltrami
Dirett.dell’Uff. Regionale per la Cons.e
di Lombardia
Con Martedì io termino il nuovo dipinto in grande pel tipo di pavimento nuovo del Duomo giusta gli ultimi accordi. E il nuovo dipinto l’ó fatto a parte dall’altro che vedemmo perché ó stimato opportuno l’averli a disposizione di confronto, entrambi. Con Mercoledì (28) da mattina o negli altri giorni Ella può scegliere la tornata per esaminare in Duomo i progettati tipi di pavimento. Per norma se potesse far assegnamento dalle ore dopo mezzogiorno lo stare in Duomo non sarebbe a disagio. Avendo il biglietto suo che mi fissi l’appuntamento ne scriverò a Landriani (cui scrivo in prevenzione oggi stesso) perché intervenga.
Buone feste! Sono il dev.suo Ing. P. Cesa Bianchi

Illus.Sig. Com.re Arch.Dirett.all’Uff. Reg. per la Cons.e[19]
Milano 29.III.95
Io passerò al di Lei ufficio per apprendere a quali delle giornate entranti – al fine che il Prof. Landriani faccia la scelta che io Le notizierò subito – è concesso a Lei di portarsi a S. Gerolamo per gli studi circa il pavimento marmoreo del Duomo e per conferire nell’occasione circa le altre cure del Monumento.
Con ossequio sono il devot.P Cesa Bianchi
Della fabb.del Duomo

 


Note

[1] Fino alla seconda metà dell’Ottocento la guidistica sul Duomo di Milano tende a celebrare i mirabilia della cattedrale nel tracciarne origini e storia, ponendo solo occasionalmente l’accento sulla necessità di un suo completamento (e per elementi la cui forma generale non era certo motivo di discussione). In seguito, il dibattito sorto intorno alla facciata stilisticamente contraddittoria e alla sistemazione della piazza antistante assumerà toni assai vividi, che sfoceranno nei concorsi di progettazione per una nuova fronte dell’edificio banditi a più riprese negli anni ’80 del secolo. Cfr. Brivio 1991, pp. 261-283; Bellini 2013.
[2] Per un profilo biografico di Luca Beltrami si rimanda a Bellini 2014. Gli scritti beltramiani sul Duomo milanese sono stati raccolti in Luca Beltrami e il Duomo 1964.
[3] Per vita e opere di Paolo Cesa Bianchi si veda Patetta 1980.
[4] Manca ancora una trattazione ampia e sistematica dei pavimenti del Duomo di Milano. Si rimanda essenzialmente a Rocco 1939, pp. 136-147; Zacchi 1964, pp. 40-43; Brivio 2001.
[5] Lapidario ma comunque di un certo interesse il riferimento in Nuova descrizione 1820, p. 19, con accenno ai lavori in corso di una pavimentazione ancora incompleta: «Il pavimento di una gran parte del tempio è lavorato ad arabeschi e commessi di marmo di differenti colori, e le provvide disposizioni del governo fanno sperare che questa bell’opera verrà ora in tutte le sue parti ultimata». Cfr. anche quanto riportato in Annali 1885, pp. 297, 300-302, 306, 309, 311, 316, 323, 340, 346-347, 370.
[6] Beltrami 1888, p. 112.
[7] Beltrami 1888.
[8] Beltrami 1888, p. 115.
[9] San’Ambrogio 1895, pp. 22-23, 29-30; Albini, Cavalieri 1986, pp. 77-86.
[10] Così in Beltrami 1888, p. 113 nota 1.
[11] Archivio di Deposito della Fabbrica del Duomo, Lavori Duomo, c. 64, Pavimenti 1816-1954, fasc. 2.
[12] Per un confronto, si vedano i lavori di Beltrami al pavimento della Cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza. Cfr. Bellini 2016, pp. 54-55; Erba 2019, pp. 171-173.
[13] Le lettere si trovano nell’Archivio Privato Luca Beltrami, Carte già a Cireggio, Epistolario (d’ora in avanti APLB, CgC), oggi conservato a Milano. Si tratta delle carte personali rimaste a Roma fino a tempi recenti in mano degli eredi dei proprietari dell’Hotel d’Inghilterra, presso il quale Beltrami soggiornò negli ultimi anni di vita. Cfr. Bellini 2018, p. 85 nota 2.
[14] APLB, CgC, f. 602.
[15] Si tratta di Gaetano Landriani, all’epoca rappresentante della Commissione Conservatrice dei Monumenti della Lombardia.
[16] APLB, CgC, f. 603.
[17] APLB, CgC, f. 604.
[18] APLB, CgC, f. 605.
[19] APLB, CgC, f. 607.

Abbreviazioni bibliografiche

  • Albini, Cavalieri 1986 = G. Albini, F. Cavalieri, Il Castello di Pandino. Una residenza signorile nella campagna lombarda, Cremona 1986.
  • Annali1885 = Annali della Fabbrica del Duomo di Milano dall’origine fino al presente, VI, Milano 1885.
  • Bellini 2013 = A. Bellini, Aspetti del dibattito ottocentesco per la nuova facciata del Duomo, in Il Duomo di Milano, Atti del Convegno, Milano, 22 marzo 2007, edd. G. Sacchi Landriani, A. Robbiati Bianchi, Milano 2013 (Incontro di studio, 49), pp. 91-127.
  • Bellini 2014 = A. Bellini, Un borghese esemplare nella Milano dell’Ottocento, in Luca Beltrami 1854-1933. Storia, arte e architettura a Milano, Catalogo della mostra, Milano, 24 marzo-29 giugno 2014, ed. S. Paoli, Cinisello Balsamo 2014, pp. 15-45.
  • Bellini 2016 = A. Bellini, Luca Beltrami e il Duomo di Monza, in La Cappella di Teodolinda nel Duomo di Monza. Atlante iconografico, ed. R. Cassanelli, Monza 2016, pp. 47-60.
  • Bellini 2018 = A. Bellini, La bibliografia degli scritti di Luca Beltrami. Aggiunte, correzioni e note a quella “a cura degli amici ricorrendo il LXXV anno di età sua” Milano 1930. 3aedizione riveduta e corretta, con alcuni inediti, Roma 2018.
  • Beltrami 1888 = L. Beltrami, Il pavimento del Duomo di Milano, in Archivio Storico Lombardo, 15, 1, 1888, pp. 112-115.
  • Brivio 1991 = E. Brivio, Il revival romantico e il concorso per la facciata del Duomo, in Milano nell’Unità nazionale 1860-1898, edd. G. Rumi, A. C. Buratti, A. Cova, Milano 1991, pp. 257-286.
  • Brivio 2001 = E. Brivio, s.v. Pavimento, in Il Duomo di Milano. Dizionario storico artistico religioso, edd. G. Benati, A. M. Roda, Milano 2001, pp. 426-429.
  • Erba 2019 = M. E. Erba, I pavimenti del Duomo di Monza dagli interventi di Luca Beltrami ai restauri degli anni Duemila, in AISCOMXXIV, 2019, pp. 171-178.
  • Luca Beltrami e il Duomo 1964 = Luca Beltrami e il Duomo di Milano. Tutti gli scritti riguardanti la cattedrale pubblicati tra il 1881 e il 1914, ed. A. Cassi Ramelli, Milano 1964.
  • Nuova descrizione 1820 = Nuova descrizione del Duomo di Milano con Prospetti e Tavole incise in rame, Milano 1820.
  • Patetta 1980 = L. Patetta, s.v. Cesa Bianchi, Paolo, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXIV, Roma 1980, pp. 120-122.
  • Rocco 1939 = G. Rocco, Pellegrino Tibaldi. “L’architetto di S. Carlo” e le sue opere nel Duomo di Milano, Milano 1939.
  • San’Ambrogio 1895 = D. San’Ambrogio, Il Castello di Pandino e le sue pitture, Milano 1895.
  • Zacchi 1965 = A. Zacchi, La V. Fabbrica del Duomo 1902-1960: documentario, Milano 1965.