Stemmi a mosaico e a intarsio marmoreo nelle lastre funerarie del medioevo romano. Lo stemma della famiglia Porcari in S. Giovanni della Pigna (Roma)

Chiara Cecalupo


The article aims to be the first of a series about mosaic crests in tomb stones in Roman medieval churches. This contribution is about the tombal stone of Giuliano Porcari in the Roman church of San Giovanni della Pigna, dated to the end of the 13th century. It presents historical sources (in particular, a reproduction of the 16th century), then focuses on the mosaic frame in red and green porphyry and to the crest of the Porcari family, which actually appears strongly damaged by past restorations.

Il quadro conoscitivo delle lastre funerarie figurate medievali decorate a mosaico e ad intarsio marmoreo nelle chiese di Roma è in genere ritenuto decisamente esiguo, non solo per la scarsa diffusione di questi manufatti, ma anche e soprattutto per la loro difficoltà di conservazione in contesti frequentati in estrema continuità e soggetti a continui rifacimenti nel corso dei secoli. Si ricordano sempre, infatti, come esempi unici di cui resta memoria e puntuale registrazione grafica, la lastra tombale della famiglia Paparoni all’inizio della navata centrale della Basilica di Santa Maria Maggiore (voluta da Scoto Paparone nel XIII secolo e rappresentante Scoto con suo figlio Giovanni a cavallo e con abiti da parata)[1] e quella di primo XIII secolo con i due cavalieri affrontati posto al centro della navata principale di San Lorenzo fuori le mura[2]. Entrambe risultano perdute: la prima, dopo numerosi e poco efficaci restauri scomparve contestualmente al rifacimento della chiesa sotto Benedetto XIV Lambertini, sostituita da una lasta incisa[3], mentre l’altra perì a causa dei bombardamenti di San Lorenzo nel 1943[4]. Di entrambe restano solo riproduzioni che, seppur di buon livello[5], non permettono l’effettiva conoscenza materiale di questa categoria di manufatti, che comunque restano degli unica di grande interesse.

In questa sede si vuole però portare l’attenzione su un esempio non molto conosciuto che può in un certo modo essere modestamente unito al gruppo dei mosaici e degli intarsi pavimentali di epoca medievale finora noti. All’ingresso della piccola chiesa mononave di San Giovanni della Pigna (fig. 1) nell’omonimo Rione, collocata nella parete sinistra, si vede tuttora una lastra tombale recante la seguente iscrizione (fig. 2):

+ ANNO · D(OMI)NI · M / (C)C LXXXII · ME(N)SE / · MAII · DIE · XII · OB/IIT IVLIANVS · / D(E) · PORCARIIS · CVI(VS) / A(N)I(M)A · REQ(VI)ESCAT · I(N) / PA ((STEMMA)) CE ·

Si tratta della lastra posta a copertura dell’antica tomba di Giuliano Porcari, morto nel 1282[6], uno dei primi rappresentanti della famiglia Porcari nel rione Pigna, che da questo momento in poi vedrà la casata radicarsi fortemente nel quartiere, tanto da dargli anche, popolarmente, il nome[7]. Nella parte bassa della lastra, probabilmente negli ultimissimi anni del Trecento o i primissimi del secolo successivo[8], viene aggiunta la sepoltura di Andrea Porcari, la cui iscrizione

MISSORE / ANDREA / DE ERAMO ((candeliere))

ne permette l’identificazione con il figlio di Eramo Porcari, canonico (da qui missore) della chiesa dei Santi Apostoli dal 1392[9].

Tutta la lastra è contornata da una cornice (cm 164 x 60 con uno spessore di 18 cm)[10] in stile cosmatesco di piccoli elementi di porfido rosso e verde, tagliati irregolarmente in forma rombica e accostate a formare una sequenza ininterrotta di stelle a otto punte (fig. 3). Dello stesso stile, in piena coerenza con la cronologia della lastra[11], è la croce (circa cm 53 x 40) che introduce l’iscrizione e enfatizza, anticipandola, la piccola croce greca in apertura del testo. All’estremità dei bracci e nel punto di congiunzione sono presenti piccoli fiori analoghi a quelli della cornice, mentre i bracci stessi sono composti da piccoli fiori composti da quattro tesserine quadrangolari sulla diagonale tangenti per i vertici.

L’apparato decorativo della lastra non si esaurisce in questo modo: al di là dell’incisione del candeliere collegabile alla sepoltura di Andrea, ciò che più interessa in questa sede è lo stemma che chiude l’epigrafe di Giuliano e divide la parola pace. L’arme è composta da tessere policrome (fig. 4) composte a riprodurre lo stemma Porcari, che prevede, in alto, il maiale verde su sfondo bianco e, nella metà inferiore, il reticolato bianco su sfondo rosso a rappresentare una cesta intrecciata. Di forma triangolare con apice verso il basso lo stemma musivo (alloggiato in una cavità appositamente predisposta, cm 35 x 50 x 50), si discosta dalla consueta forma a scudo degli stemmi nobiliari delle lapidi funerarie medievali, pur non essendo un unicum nel panorama romano[12]. Esso è composto da tessere quadrangolari piuttosto grossolane di grandezza variabile (dai cm 0,3 x 0,4 ai cm 1 x 0,8) in calcare bianco e porfidi rosso e verde di riuso e presenta nella parte superiore visibili tracce di caduta e ricollocazione causale e inaccurata di tessere e inerti non pertinenti: il risultato è che la figura del maiale è ad oggi solo intuibile. Un simile intervento è evidentemente frutto di un danno meccanico e può essere attribuito allo spostamento a parete della lastra che, in origine, doveva essere ovviamente a pavimento. In generale, tutta la zona centrale dell’oggetto, in corrispondenza della parte alta dello stemma, presenta una chiara traccia di deterioramento che coinvolge anche la cornice in stile cosmatesco.

Esistono due testimonianze archivistiche relative alla primaria collocazione della lastra: Alfonso Ciacconio[13] che illustra la situazione degli edifici romani a cavallo tra il pontificato di Pio IV e quello di Pio V[14], comunica che il manufatto era posto in porticu templi[15]. Ben più lunga, seppur meno leggibile nella sua interezza, è la registrazione[16] (fig. 5) contenuta nel cosiddetto codice Menestrier[17], che raccoglie, copia e descrive molti reperti antichi e medievali nella seconda metà del Cinquecento.

Dal testo che accompagna il fac-simile della lastra, non troppo fedele nelle proporzioni ma estremamente interessante, sia perché mostra nel dettaglio l’iconografia del mosaico, sia perché resta ad oggi unica, si apprende che

Ant.o […]laus, S. Jo de la pigna, muro insertius marmor sub porticus / et pavimento proximo sublatius a Rectorem 3 9bris anno 1562, neque (ut / ad […] est) ab introductibus pedibus salvatoris, ut neque obliviavi / manda[…] memoria Porciis familiae.

Questa testimonianza viene suffragata da un’altra iscrizione riportata poco oltre sempre nel manoscritto Chigiano e che era collocata nella parte bassa della parete proprio a memoria di questo spostamento[18]:

LAPIS QVEM CERNIS ANTE OSTIVM TEMPLI / IACEBAT ET NE AB INTROEVNTIBVS SIGNV(M) / CRVCIS PEDIB(VS) CONCVLCARETVR PORCIAEQ(VE) / FAMILIAE VETVSTATIS MEMORIA HAEC / OBLIVIONI TRADERETVR NICOLAVS / MARTINELLVS HVIVS ECCLESIAE / RECTOR IN HVNC ET HONESTIOREM / ET COMMODIOREM LOCV(M) POSVIT / ANNO SALVTIS M · D · LXII

Se appunto fino al XVI secolo la lastra si trovava ancora nella sua posizione originale, bisogna collocare almeno un suo primo spostamento nel novembre 1562, avvenuto a fini conservativi. Si tratta di un periodo precedente ai grandi lavori di riedificazione affidati all’architetto Angelo Torroni[19] e promossi dall’Arciconfraternita della Pietà verso i Carcerati (che tenne la chiesa per volere di Gregorio XIII Boncompagni): in questo modo l’intervento sarebbe pertanto da ascrivere alla volontà del rettore della chiesa Nicola Martinelli di donare alla lastra una posizione più consona alla sua importanza. Non ci sono comunque informazioni chiare riguardanti la posizione attuale, se essa corrisponda alla traslazione del 1562 o, piuttosto, al rifacimento generale di Torroni nel XVII secolo. È comunque collegabile ad uno di questi spostamenti il modesto restauro della parte superiore del mosaico: come già segnalato, l’intervento ha determinato la caduta delle tessere che sono state ricollocate in modo casuale, con l’aggiunta di altre tessere ed elementi lapidei incoerenti per colore e forma, senza rispettare l’iconografia originale e andando a compromettere un reperto particolare del Medioevo romano. Nel caso questo intervento sia ascrivibile allo spostamento di XVI secolo, da datare in tal modo quasi ad annum, si tratterebbe di uno dei più antichi interventi di restauro attestati su questa tipologia di manufatti.

 


Note

[1] Ciampini 1690, pp. 82-83, tav. xxx, 1; Cecchelli 1951-1952; D’Achille 2011; Cecalupo 2018.
[2] Ciampini 1690, pp. 82-83, tav. xxx, 2; Muñoz 1944, p. 62; Osborne, Claridge 1998, pp. 291-292.
[3] D’Achille 2011, pp. 365-367; Cecalupo 2018, pp. 869-870.
[4] Osborne, Claridge 1998, p. 291.
[5] Ciampini 1690, pp. 82-83, tav. xxx; Osborne, Claridge 1998, p. 292; Cecalupo 2018, p. 871.
[6] La lettura della data è problematica: la maggioranza degli autori di età moderna e contemporanea registrano 1182 (tra cui Forcella 1877, p. 484, n. 970), avendo difficoltà oggettivamente ancora riscontrabile nel vedere la seconda cifra C. Chiarificatore comunque lo studio genealogico di Modigliani 1994 che porta a offrire con certezza la data del 1282, ripresa e meglio chiarita anche in Claussen 2010, p. 130.
[7] Modigliani 1994, pp. 11-12.
[8] Modigliani 1994, p. 17.
[9] Modigliani 1994, p. 18.
[10] Ringrazio il dott. Guido De Blasi per il supporto in fase di misurazione.
[11] In generale si veda il prezioso volume di Claussen 1987, con particolare attenzione ai cosmati di XIII secolo finale alle pp. 165-234.
[12] Per l’analisi di altri stemmi a mosaico su lastre tombali medievali si rimanda ai prossimi contributi in questa sede.
[13] Identificato come l’Anonimo Spagnolo Chigiano: cfr. Recio Veganzones 2002 e sua bibliografia. Per il ms. Chigiano v. in part. le pp. 395-413.
[14] Hülsen 1927, pp. xxvii-xxix.
[15] Biblioteca Apostolica Vaticana (=BAV), Chig. I.V.167, f. 246v.
[16] Finora solo citata da Claussen 2010 e sostanzialmente inedita.
[17] BAV, Vat. lat. 10545, f. 222r.
[18] Biblioteca Apostolica Vaticana, Chig. I.V.167, f. 246v e Forcella 1877, p. 487, n. 976.
[19] Per le notizie storiche relative alla chiesa si vedano Forcella 1877, p. 481; Hülsen 1927, p. 274, Tencajoli 1934, Claussen 2010, p. 129.

Abbreviazioni bibliografiche

  • Cecalupo 2018 = C. Cecalupo, Il mosaico dei Paparone a Santa Maria Maggiore: una riproduzione inedita e alcune riflessioni, in AISCOM XXIII, 2018, pp. 867-871.
  • Cecchelli 1951-1952 = C. Cecchelli, Vita di Roma nel Medioevo. Arti minori e il costume, Roma 1951-1952.
  • Ciampini 1690 = G. Ciampini, Vetera Monimenta: in quibus praecipuè musiva opera sacrarum, profanarumque aedium structura, ac nonnulli antiqui ritus, dissertationibus, iconibusque illustrantur, I, Roma 1690.
  • Claussen 1987 = P. C. Claussen, Magistri Doctissimi Romani. Die Römischen Marmorkünstler des Mittelalters, Stoccarda 1987.
  • Claussen 2010 = P. C. Claussen, S. Giovanni della Pigna, in Die Kirchen der Stadt Rom im Mittelalter 1050-1300, Band 3, G-L, hrsg. P.C. Claussen, D. Mondini, D. Senekovic, Stoccarda 2010, pp. 129-131.
  • D’Achille 2011 = A.M. D’Achille, Cavalieri a terra, in Medioevo: i committenti, ed. C.A. Quintavalle, Milano 2011, pp. 359-375.
  • Die mittelalterlichen Grabmäler 1981 = Die mittelalterlichen Grabmäler in Rom und Latium vom 13. bis zum 15. Jahrhundert, I, hrsg. J. Garms, R. Juffinger, T. von Blittersdorff, Vienna 1981.
  • Forcella 1877 = V. Forcella, Iscrizioni delle chiese e d’altri edifici di Roma dal secolo XI ai giorni d’oggi, Roma 1877.
  • Hülsen 1927 = Ch. Hülsen, Le chiese di Roma nel Medioevo, Firenze 1927.
  • Modigliani 1994 = A. Modigliani, I Porcari, Roma 1994.
  • Muñoz 1944 = A. Muñoz, La Basilica di S. Lorenzo fuori le mura, Roma 1944.
  • Osborne, Claridge 1998 = J. Osborne, A. Claridge, Early Christian and Medieval Antiquities. 2. Other mosaics, paintings, sarcophagi and small objects, London 1998.
  • Recio Veganzones 2002 = A. Recio Veganzones, Una obra manuscruta de Alfonso Chacon OP (1530-1599): la “Historica Descriptio Urbis Romae, in RACr, 78, 2002, pp. 325-428.
  • Tencajoli 1934 = O. F. Tencajoli, Notizia storica artistica e religiosa sulla chiesa di San Giovanni della Pigna, Roma 1934.