I rivestimenti marmorei del “Tempio di Venere e Cupidine”: breve nota critica

Claudia Angelelli


The monumental ruins located near the Basilica of Santa Croce in Gerusalemme, known as Temple of Venus and Cupid, is what remains of a large apsidal hall belonging to the Palatium Sessorianum. In this paper, new data from recent excavations carried out inside the monument are summarized and critically analysed. Archaeological research has brought to light for the first time some remains of wall and floor marble revetments of the apse. However, these data have been only partly discussed in the excavation report and less considered in the virtual reconstruction of the hall.

In un mio breve contributo recentemente pubblicato negli Atti del XVI Congresso Internazionale di Archeologia Cristiana (Costantino e i Costantinidi, l’innovazione costantiniana, le sue radici e i suoi sviluppi, Roma, 22-28 settembre 2013)[1] ho avuto modo di riprendere in considerazione, pur se in forma assai sintetica, l’imponente rudere ubicato nei pressi della basilica di S. Croce in Gerusalemme (fig. 1), impropriamente indicato fin dagli inizi del XV secolo (cd. Anonimo Magliabechiano) con la denominazione di Templum Veneris et Cupidinis (fig. 2). Com’è noto, le rovine appartengono ad una grandiosa sala absidata di rappresentanza compresa nel perimetro della residenza imperiale ad Spem Veterem, costituita durante l’età dei Severi e trasformata nel Palatium Sessorianum in epoca costantiniana[2]. L’aula, rappresentata con un certo dettaglio nelle vedute di XVI-XVII secolo (fig. 3), era in buona parte ancora conservata fino alla prima metà del XVIII secolo, epoca in cui fu incisivamente spogliata e ulteriormente demolita per recuperare materiali da costruzione da impiegare nei restauri della vicina basilica[3].

Gli studi sul monumento – in passato già oggetto di analisi più o meno approfondite[4] – hanno ricevuto nuovo impulso in concomitanza con il vasto programma di riqualificazione che ha interessato, fra il 1996 e il 2008, l’intero comprensorio della basilica S. Croce[5]: in quell’occasione le strutture superstiti del “tempio di Venere e Cupidine” sono state sottoposte ad interventi di manutenzione e consolidamento statico[6], nonché ad una nuova campagna di rilievo strumentale[7].

Prima di passare all’argomento centrale di questa nota, sarà opportuno riassumere brevemente elementi costitutivi, caratteri architettonici ed inquadramento tipologico-cronologico dell’edificio. Dell’aula[8], rivestita in cortina laterizia, sussistono la parete di fondo e l’ampia abside di forma leggermente semiellittica, conservata in alzato fino alla base del catino e dell’arco; dei muri perimetrali, sui quali poggiava una copertura a doppio spiovente su capriate lignee, resta invece soltanto un brevissimo tratto nel punto di innesto con il muro di fondo. La parete dell’abside, sulla quale si aprivano in origine cinque ampie finestre arcuate intervallate da pilastri, sostiene il catino absidale, in opera cementizia, alleggerito dall’inserimento di anfore nel punto di massimo spessore e decorato con cassettoni in stucco, la cui esistenza è documentata dai numerosi fori per i chiodi di fissaggio tuttora visibili nell’intradosso. Le pareti e l’abside sono sostenute da massicci contrafforti radiali – aggiunti in un secondo momento – in opera laterizia a rastremazione discontinua (i maggiori dei quali perforati da ampie aperture)[9].

Il corpo centrale dell’aula, a navata unica[10], doveva svilupparsi per una lunghezza di oltre 40 m [11] ed essere preceduto da una monumentale porticus colonnata – probabilmente di ordine corinzio[12] – su cui prospettava anche un’altra aula absidata di dimensioni minori, oggi perduta[13] (fig. 4).

I resti conservati, pur nella loro frammentarietà, permettono di ricollegare l’aula ad altri monumenti simili per dimensioni, funzioni e committenza  (es. aula della villa di Massenzio sull’Appia, basilica palatina di Treviri, basilica della villa del Casale di Piazza Armerina)[14] e, più in generale, alla produzione architettonica costantiniana[15], che – come magistralmente evidenziato negli studi del Guidobaldi – è caratterizzata da un maggior sviluppo in altezza degli edifici e da pareti visivamente “alleggerite” e rese quasi “inconsistenti” dall’inserimento di ampie finestre con terminazioni arcuate e/o di polifore, come si vede bene, ad esempio, già nella basilica di Massenzio, portata a termine da Costantino, nella quale però – allo stesso modo del “Tempio di Venere e Cupidine” – compare ancora, nelle zone intradossali, una decorazione “a cassettoni” di gusto fortemente tradizionale (quest’ultima presente anche nel rifacimento massenziano del tempio di Venere e Roma, avviato nel 307)[16]. Coerenti con una datazione protocostantiniana sono d’altronde anche i dati forniti dal modulo (27-31 cm) delle cortine laterizie superstiti, ulteriore elemento, questo, che spinge a considerata la grande sala absidata come parte integrante del progetto architettonico del nuovo palatium, avviato nella parte iniziale del IV secolo per accogliere Costantino e la sua famiglia, in particolare la madre Elena, che risiedette nell’Urbs probabilmente nel periodo compreso tra la vittoria di ponte Milvio e la celebrazione dei Vicennalia dell’imperatore (312-325)[17].

Ulteriori elementi in favore di questa già solida datazione sono stati acquisiti nel corso di recenti indagini archeologiche svolte nell’ambito di un nuovo intervento di riqualificazione (2013-2014) del comprensorio di S. Croce. In quell’occasione è stato infatti praticato un sondaggio nel settore centro-meridionale dell’abside dell’aula (fig. 5), che ha consentito di riportare in luce sia una porzione del prospetto interno della struttura, sia la quota pavimentale dell’edificio antico, affiorata a circa – 4,50 m dal piano di calpestio attuale[18].

Si è così potuto constatare che il muro perimetrale dell’abside, scoperto per tutta l’altezza del saggio e per una lunghezza massima di oltre 6 m, è foderato internamente da una cortina laterizia con caratteristiche del tutto omogenee rispetto a quelle rilevate nel resto del monumento. Di particolare interesse la presenza, alla base di questo, dei resti della preparazione del rivestimento marmoreo parietale (fig. 6), costituito – come di consueto – da uno strato di malta (nell’edizione dello scavo: «zoccolo aggettante in opera cementizia», senza ulteriori specifiche sulle caratteristiche di legante ed inerti)[19], spesso 14 cm, sul quale sono ancora ben visibili le crustae marmoree utilizzate per la posa in opera del rivestimento a lastre[20], oggi quasi completamente scomparso, salvo che per un esiguo tratto, sopravvissuto a causa della rottura della lastra durante le operazioni di spoliazione e per questo rimasto in situ, parzialmente sigillato dalla preparazione pavimentale (v. infra). Il piccolo lacerto, come correttamente evidenziato da Colli, permette di ipotizzare – almeno per la porzione inferiore della parete – la presenza di un rivestimento composto da semplici lastre di marmo bianco. Tuttavia l’osservazione del pur breve tratto di preparazione riportato in luce consente qualche ulteriore estrapolazione, se non considerata, certamente non enfatizzata nella pubblicazione di scavo. Come prima cosa, va notata l’esistenza – in linea con l’angolo dell’unica lastra conservata – di un’impronta verticale visibile per circa 40 cm di altezza, probabilmente corrispondente al punto di giunzione fra due elementi contigui. L’assenza, lungo il tratto scoperto (circa 2 m), di ulteriori impronte verticali, sembra suggerire – pur se con cautela – l’uso di lastre piuttosto larghe (forse 4-5 p.r.), di dimensioni pienamente compatibili sia con lo spessore rilevato nell’unico frammento in situ (2 cm), sia, soprattutto, con lo sviluppo dell’abside e con l’altezza effettiva dello “zoccolo”, che – considerate le proporzioni dell’edificio – doveva sicuramente oltrepassare di molto i 58 cm. Non pare d’altronde fuori luogo, considerato il contesto, ipotizzare che il registro inferiore del rivestimento fosse composto da lastre omogenee – che potevano superare anche i 2 m di altezza – semplicemente giustapposte, a formare una superficie liscia e priva di aggetti, con uso limitato di elementi marcapiano e, in genere, di partizioni a sviluppo orizzontale, in modo da amplificare l’effetto di slancio, leggerezza e tendenza al verticalismo tipico dell’architettura di quel periodo[21]. Tale ipotesi non sembra peraltro porsi in contrasto con i dati archeologici, giacché numerosi fori di grappe per il fissaggio delle lastre, già in precedenza osservati per tutta l’altezza dell’abside fino alla base del catino[22], sono stati evidenziati – in posizioni compatibili con la ricostruzione proposta – anche nel tratto di parete recentemente rimesso in luce[23].

L’acquisizione più importante avvenuta nel corso degli scavi più recenti è comunque la scoperta del pavimento originario dell’edificio, la cui esistenza è stata per ora accertata nella sola area absidale. Nella relazione di scavo, in particolare, si riferisce di un «piano pavimentale costituito da un massetto in opera cementizia, spesso circa 20 cm, con un letto di malta pozzolanica gettato su uno strato di preparazione composto da frammenti di laterizi, pareti di anfore di produzione africana tardo-imperiale e scapoli di tufo di piccole dimensioni», a sua volta poggiante su uno strato compatto privo di materiali datanti[24]. La descrizione dei resti pavimentali prosegue con un’ipotesi di ricostruzione della decorazione pavimentale, composta «da una fascia semicircolare di larghezza sesquipedale (cm 44) che lambiva lo zoccolo alla base interna dell’abside», dalla quale «si dipartiva una decorazione a scacchiera con lastre marmoree quadrangolari (lato cm 88/89), disposte secondo l’asse longitudinale dell’aula basilicale»[25]. Dalla descrizione, ma ancor più dalla documentazione fotografica allegata (fig. 7), si evince che le tracce pavimentali riportate in luce – come era stato d’altronde già ampiamente previsto da Guidobaldi[26] – sono evidentemente riferibili ad una stesura in opus sectile, terminologia che, sorprendentemente, non viene mai menzionata in modo esplicito nel testo. In ogni caso la relazione di Colli (al quale si deve indubbiamente riconoscere il merito di aver pubblicato in tempi rapidi queste importanti novità di scavo), permette di attribuire le impronte pavimentali ad un sectile marmoreo a modulo quadrato medio[27], verosimilmente a motivi complessi[28], come sembra potersi ricavare dalla disposizione degli elementi di supporto (soprattutto “fette” di anfore ma anche crustae marmoree) immersi nella malta di allettamento, decisamente fitti ed adiacenti, con tendenza a disporsi a raggiera verso il centro, forse ad indicare la presenza – in quella posizione – di un elemento semplice, come un quadrato o un disco, probabilmente bordato da uno o più listelli, senza escludere altri disegni minuti più articolati[29].

Continuano a mancare, finora, dati sul rivestimento pavimentale del corpo centrale dell’area, che con ogni probabilità doveva essere rivestito con un sectile a grande modulo[30], così come proposto anche nella ricostruzione virtuale dell’aula (figg. 8-9) elaborata in occasione della recente mostra “Costantino 313 d.C.” (Roma, Colosseo, 11 aprile-15 settembre 2013)[31] e successivamente integrata con i dati degli scavi 2014[32]. Questo modello, tuttavia, suscita alcune perplessità, a partire proprio dalla zona absidale, in cui – e senza entrare nel merito dei rivestimenti pavimentali e parietali – si notano alcune incongruenze, una su tutte la decorazione musiva del catino, con tralci vegetali su fondo oro, che non solo si rifà a modelli pienamente medievali (vedi basilica di San Clemente), ma si pone anche in palese contrasto con i dati archeologici, che indicano invece chiaramente la presenza, in questa parte del monumento, di un cassettonato in stucco[33]. Per quanto riguarda il corpo centrale, invece, non vi sono al momento elementi certi per mettere in discussione la ricostruzione del pavimento, a grande modulo quadrato-reticolare con alternanza di dischi e quadrati nelle maglie, anche se lo schema – benché redatto con i marmi della “quadricromia neroniana”, che torna ad essere particolarmente gradita proprio verso gli inizi del IV secolo – sembra essere molto più vicino agli esemplari più antichi di quella tipologia (vedi esedra dei Mercati di Traiano e Basilica Ulpia) che non a quelli coevi, in cui lo schema appare sempre sottolineato da listellature[34]. Un’ultima nota critica riguarda, infine, l’articolazione della decorazione parietale dell’aula: infatti, se la ricostruzione delle elaboratissime pannellature in opus sectile del registro mediano è certamente plausibile e in linea con i canoni dell’epoca, risulta assai poco comprensibile la scelta di movimentare ed appesantire le pareti con una serie di colonne non portanti sormontate da mensoloni, architravi e cornici. Tali elementi, che interrompono il flusso della luce in ingresso dagli ampi finestrati e creano un effetto di chiaroscuro, sono infatti di gusto decisamente precostantiniano e sembrano essere fuori luogo anche per un edificio prototipico e “di transizione” come il “Tempio di Venere e Cupidine”.

 


Note

[1] Angelelli 2016.
[2] Colli 1996; Guidobaldi 1998; Guidobaldi 1999; Guidobaldi 2004b; Carandini 2012, 1, pp. 336-337; Guidobaldi 2013a, pp. 459-460. In realtà il primo a mettere in dubbio l’identificazione del monumento con il “Tempio di Venere e e Cupidine” è Benedetto Mellini, che nella sua Descrittione di Roma (Vat. Lat. 11905, f. 47r-v, 1675-1680 ca.) riconduce i resti dell’edificio ad una parte del Sessorium costantiniano: Guidobaldi, Angelelli 2010, pp. 127-128.
[3] Colli 1996, p. 789, nota 35. Lo stato del monumento all’epoca è ben illustrato in una veduta del Piranesi del 1748: cfr. Angelelli 2016, p. 2147 e fig. 2.
[4] Oltre alla breve trattazione in Colini 1955, pp. 164-168, si ricordano qui le analisi contenute in Colli 1996, pp. 782-789 e Guidobaldi 2013b, pp. 498-499.
[5] Barbera 2005; Borgia et alii 2008a-b.
[6] Barbera 2001, p. 259.
[7] Gallocchio 2013, pp. 39-41.
[8] Descrizione di dettaglio in Angelelli 2016, p. 2148.
[9] Forse varianti in corso d’opera determinate da sopravvenuti problemi statici (Gallocchio 2013, p. 39), oppure interventi di consolidamento strutturale resi necessari dai danni provocati dai sismi del 443 o 484/508(?): Giuliani 2011, pp. 35-36.
[10] Erroneamente ricostruita nella Forma Urbis Romae (Lanciani 1910, tav. 32) e poi da Colini sulla base del disegno ligoriano Vat. Lat. 13064, f. 163, in seguito giustamente ritenuto non pertinente (Colli 1996, pp. 792-794).
[11] Circa m 50 secondo quanto ipotizzato in Gallocchio 2013, pp. 40-41.
[12] «II tempio di Venere e Cupido fu di opera corinthia con belli ornamenti di pietre e stucchi come per li suoi vestigi si vede» (Fauno 1552, p. 100).
[13] Parzialmente scavata dal Gatti nel 1922: Colli 1996, pp. 791-795. Per una ricostruzione planimetrica di questa parte del Palatium Sessorianum si veda Carandini 2012, 2, tav. 132.
[14] Per questi edifici si rinvia alla bibliografia citata in Angelelli 2016, p. 2149 e note 15-17.
[15] Guidobaldi 1995; Guidobaldi 2004a; Guidobaldi 2013a-b.
[16] Gallocchio 2013, pp. 40-41, nota 9; Guidobaldi 2013b, p. 508.
[17] Guidobaldi 2013b, p. 460.
[18] Colli 2016, in part. la sezione a p. 139, fig. 8.
[19] Ivi, pp. 136-137 e nota 8.
[20] Si vedano su questi aspetti Guidobaldi, Angelelli 2005; Lugari 2017 (con bibl. prec.).
[21] Guidobaldi 2013b, p. 508.
[22] Cfr. Guidobaldi 2013b, p. 499; Angelelli 2016, p. 2148.
[23] V. supra, nota 18.
[24] Colli 2016, p. 137 (da cui è estratto il brano fra virgolette).
[25] Ibidem.
[26] Guidobaldi 2013b, p. 499; così anche Angelelli 2016, p. 2148.
[27] Secondo la classificazione enunciata in Guidobaldi, Sectilia, p. 180.
[28] Per la definizione della tipologia si rinvia a Guidobaldi 2001.
[29] Si veda in proposito Guidobaldi et alii, Villa Adriana, p. 54.
[30] V. supra, nota 26.
[31] Barbera 2013.
[32] Bottiglieri, Colli, Palladino 2016, p. 134.
[33] V. supra e nota 16.
[34] Guidobaldi, Guiglia Guidobaldi, Pavimenti marmorei, pp. 19-31.

Abbreviazioni bibliografiche

  • Angelelli 2016 = C. Angelelli, Il “Tempio di Venere e Cupidine” nel quadro delle testimonianze dell’architettura costantiniana a Roma, in Costantino e i Costantinidi. L’innovazione costantiniana, le sue radici e i suoi sviluppi, Acta XVI Congressus Internationalis Archaeologiae Christianae, Romae, 22-28.9.2013, edd. O. Brandt. V. Fiocchi Nicolai, Città del Vaticano 2016, pp. 2147-2154.
  • Barbera 2001 = M. Barbera, Piazza Santa Croce in Gerusalemme e via Eleniana, in Archeologia e Giubileo. Gli interventi a Roma e nel Lazio nel Piano per il Grande Giubileo del 2000, ed. F. Filippi, Napoli 2001, pp. 265-266.
  • Barbera 2005 = M. Barbera, Il recupero di S. Croce in Gerusalemme sull’Esquilino, in FOLD&R, 45, 2005 (http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2005-45.pdf).
  • Barbera 2013 = Costantino 313 d.C., catalogo della mostra (Roma, Colosseo, 11-aprile-15 settembre 2013), ed. M. Barbera, Milano 2013.
  • Borgia et alii 2008a = E. Borgia, D. Colli, S. Palladino, C. Paterna, Horti Spei Veteris e Palatium Sessorianum: nuove acquisizioni da interventi urbani 1996-2008. Parte I, in FOLD&R, 124, 2008 (http://www.fastionline.org/docs/FOLDER- it-2008-124.pdf).
  • Borgia et alii 2008b = E. Borgia, D. Colli, S. Palladino, C. Paterna, Horti Spei Veteris e Palatium Sessorianum: nuove acquisizioni da interventi urbani 1996-2008. Parte II, in FOLD&R, 125, 2008 (http://www.fastionline.org/docs/FOLDER-it-2008-125.pdf).
  • Bottiglieri, Colli, Palladino 2016 = L. Bottiglieri, D. Colli, S. Palladino, Il comprensorio archeologico di Santa Croce in Gerusalemme a Roma; nuovi interventi di riqualificazione e nuove scoperte, in Bd’A online, VII, 2016, 1-2, pp. 133-144.
  • Carandini 2012 = Atlante di Roma Antica. Biografia e ritratti della città. 1-2, ed. A. Carandini (in coll. con P. Carafa), Roma 2012.
  • Colini 1955 = A. M. Colini, Horti Spei Veteris. Palatium Sessorianum, in MemPontAc, VIII, 1955, pp. 137-177.
  • Colli 1996 = D. Colli, Il Palazzo Sessoriano nell’area archeologica di S. Croce in Gerusalemme: ultima sede imperiale a Roma?, in MEFRA, 108, 2, 1996, pp. 771-815.
  • Colli 2016 = D. Colli, La scoperta del piano pavimentale nell’abside del Tempio di Venere e Cupido, in Bottiglieri, Colli, Palladino 2016, pp. 136-139.
  • Fauno 1552 = (L. Fauno), Delle antichita della citta di Roma, raccolte e scritte da m. Lucio Fauno con somma breuità, et ordine, con quanto gli Antichi o Moderni scritti ne hanno libri V. Reuisti hora, e corretti dal medesimo autore in molti luoghi, con aggiungerui per tutto infinite cose degne, e con un compendio di Roma Antica nel fine, doue con somma breuita si uede quanto in tutti questi libri si dice, Roma 1552.
  • Gallocchio 2013 = E. Gallocchio, Il cosiddetto Tempio di Venere e Cupido nel contesto architettonico d’età costantiniana, in Barbera 2013, pp. 39-41.
  • Giuliani 2011 = C. F. Giuliani, Provvedimenti antisismici nell’antichità, in JAncientTopo, XX, 2011, pp. 26-52.
  • Guidobaldi 1995 = F.  Guidobaldi, Sull’originalità dell’architettura di età costantiniana, in Corsi Ravenna, XLII, 1995, pp. 419-441.
  • Guidobaldi 1998 = F. Guidobaldi, Il “Tempio di Minerva Medica” e le strutture adiacenti: settore privato del Sessorium costantiniano, in RACrist, 74, 1998, pp. 485-518.
  • Guidobaldi 1999 = F. Guidobaldi, Sessorium, in LTUR, IV, 1999, pp. 304-308.
  • Guidobaldi 2001 = F. Guidobaldi, I sectilia pavimenta a modulo quadrato con motivi complessi: compatibilità degli schemi disegnativi e unicità dei motivi, in CollIntMos VIII, 2001, pp. 64-110.
  • Guidobaldi 2004a = F. Guidobaldi, Caratteri e contenuti della nuova architettura dell’età costantiniana, in RACrist, 80, 2004, pp. 233-276.
  • Guidobaldi 2004b = F. Guidobaldi, Sessorium e Laterano: il nuovo polo cristiano della Roma costantiniana, in MEFRA, 116, 2, 2004, pp. 1-15.
  • Guidobaldi 2013a = F. Guidobaldi, Roma costantiniana, in Costantino I. Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano. 313-2013, I, Roma 2013, pp. 453-469.
  • Guidobaldi 2013b = F. Guidobaldi, Leggere l’architettura costantiniana, in Costantino I. Enciclopedia costantiniana sulla figura e l’immagine dell’imperatore del cosiddetto Editto di Milano. 313-2013, I, Roma 2013, pp. 493-516.
  • Guidobaldi, Angelelli 2005 = F. Guidobaldi, C. Angelelli, I rivestimenti parietali in marmo (incrustationes). La tecnica di fabbricazione e posa in opera come base del progetto di conservazione, in VIIIth Conference of the International Committee for the Conservation of Mosaics, Thessaloniki, 29 October-3 November 2002, Thessaloniki 2005, pp. 33-43.
  • Guidobaldi, Angelelli 2010 = F. Guidobaldi, C. Angelelli (coll. L. Spadano, G. Tozzi), Il ms. Vat. Lat. 11905. Trascrizione parziale della perduta “Descrittione di Roma” di Benedetto Mellini, Città del Vaticano 2010 (Studi di Antichità Cristiana, XXIII).
  • Lanciani 1910 = R. Lanciani, Forma Urbis Romae, Roma 1910.
  • Lugari 2017 = A. Lugari, Incrustationes. Conservazione, restauro ricostruzione, in AISCOM XXII, 2017, pp. 691-700.