Il mosaico pavimentale a Roma in età tardoantica: alcune riflessioni

Claudia Angelelli


The systematic cataloguing work performed in the context of the “TESS project – Sistema per la catalogazione informatizzata dei pavimenti antichi” (developed and coordinated by the University of Padua) has made it possible to identify a number of polychrome tessellates belonging to late antique residences of Rome and its suburbs, which was already known partly from literature and partly from recent archaeological surveys. An overall analysis of these evidences offers the opportunity to express some considerations on mosaic production in the area of Rome throughout the late 3rd and 4th century AD.

La catalogazione informatizzata del territorio di Roma e suburbio svolta fra 2012 e 2014 nell’ambito del Progetto TESS – Sistema per la Catalogazione Informatizzata dei pavimenti antichi (Università degli Studi di Padova), giunto nel 2016 alla fase di pubblicazione online tramite portale web[1], ha fornito la possibilità di tracciare un quadro, se non definitivo, sicuramente più ampio e, nei limiti del possibile, aggiornato delle testimonianze musive pavimentali dell’Urbe nella tarda antichità (finora poco più di 150 rivestimenti, ascrivibili ad un arco di tempo compreso fra l’ultimo quarto del III e il V sec. d.C.). Qui l’attenzione è rivolta ad una classe specifica di manufatti, quella dei mosaici a tessere piccole e medie, assai poco rappresentata nell’area e per il periodo in esame (in tutto meno di 50 rivestimenti) e, ancor più in particolare, a quei tessellati provenienti da complessi residenziali, che rappresentano circa la metà del totale finora censito[2].

Ad esclusione di pochi esemplari ancora interamente redatti in tessere bianche e nere, assegnabili con certezza alla parte finale del III secolo – ad es. quelli di gusto ancora tardo-severiano dalle domus presso S. Croce in Gerusalemme[3] (fig. 1), oppure quello, assai meno noto, scoperto nel 1933 a Villa Orlando sull’Appia[4] (fig. 2) – si può constatare che la pur limitata produzione musiva tardoantica di ambito romano si connota per l’uso predominante di tessere policrome, che tuttavia non è sempre rispettato da alcuni pavimenti, forse ancora ascrivibili nell’ambito del III secolo[5] (figg. 3-4).

Fra i mosaici presi in considerazione piuttosto rari sono quelli con decorazione figurata, che, ad eccezione del celebre mosaico con gladiatori della Galleria Borghese, di provenienza extraurbana (fig. 5)[6], appartengono tutti ad edifici significativamente concentrati sul colle Esquilino (presso S. Vito e largo Leopardi: figg. 6-7)[7], settore occupato dai grandi horti di proprietà imperiale, in particolare dai Liciniani, poi annessi al Sessorium costantiniano, da cui proviene il grande mosaico con scene di caccia rinvenuto nel 1903 presso la chiesa di S. Bibiana e ora esposto alla Centrale Montemartini[8] (fig. 8).

Nel modesto numero di testimonianze raccolte prevalgono indubbiamente i tessellati geometrici, redatti perlopiù secondo schemi ben noti nel repertorio dell’epoca. Ad eccezione di sporadiche riprese di motivi di antichissima tradizione – come la scacchiera di quadrati (Décor I, 114a) che compare in un pannello dalla villa ad duas lauros di Centocelle[9] – sono noti reticolati di trecce (Décor I, 135b, come si vede negli esemplari dal cd. Monte della Giustizia, da via dei Fienaroli e da Torre Angela: figg. 3, 9-10)[10] o di fasce (Décor I, var. 143c, dalla villa cd. dei Sette Bassi: fig. 11)[11] con scomparti caricati da motivi variati, oppure composizioni ortogonali di stelle di otto losanghe tangenti per due sommità (Décor I, 173b), come nell’esemplare dalla villa “delle Terme” di Centocelle[12] (fig. 12) o, ancora, composizioni di pelte contrapposte (Décor I, 222, dalla villa ad duas lauros di Centocelle)[13]. Relativamente frequenti sono gli schemi disegnati da trecce a due capi: composizioni ortogonali di cerchi grandi e piccoli tangenti (Décor I, 236b), presente in un frammento dall’area di San Lorenzo in Lucina (forse databile ancora entro il III secolo: fig. 13)[14] e nella domus di Palazzo Valentini (fig. 14)[15] e oppure composizioni reticolate di cerchi secanti e non contigui (Décor I, 244b, dalla villa cd. dei Sette Bassi: fig. 15)[16]. Decisamente insolita è, infine, la composizione centralizzata con stella ad otto punte e corona di elementi “ad otto” allacciati e tangenti a gruppi di tre, anch’essa disegnata da una treccia a due capi, presente in un pavimento recentemente rinvenuto in via Sora[17] (fig. 16).

Benché con un panorama decisamente più articolato e ricco rispetto a quello tracciato circa un ventennio fa in un breve studio di M. Vitale sui mosaici dell’ipogeo di Villa Cellere[18] (figg. 17-18) – qui non considerati, insieme ad altri tessellati (come quello dalla via Appia, ora al Museo Nazionale Romano: fig. 19)[19], in quanto non provenienti da contesti abitativi – l’analisi complessiva dei dati romani conferma dunque, per il periodo tardoantico, il predominio schiacciante delle “pavimentazioni marmoree”. In queste si intendono inclusi non soltanto i prodotti più noti e sperimentati di quella tipologia, cioè i sectilia pavimenta[20] (fra i quali spiccano, per estro ed originalità, quelli a motivi complessi)[21] e i lastricati, ma anche nuove classi pavimentali, come i mosaici a grandi tessere marmoree[22], anche porfiretiche[23], che, nate come “parassite” dei più prestigiosi commessi marmorei (di cui sfruttavano gli scarti di lavorazione), diedero vita nel tempo a produzioni autonome – del tutto peculiari dell’Urbe – con creazioni anche di elevato pregio decorativo. Certamente le più recenti ricerche archeologiche hanno permesso di ampliare in modo significativo e di arricchire con nuovi dettagli il quadro delle conoscenze, ma la scoperta di nuovi esemplari anche di notevole qualità (Palazzo Valentini, via Sora, villa di Centocelle, etc.) o il riesame di quelli già noti (Collezioni Capitoline) non consentono di ribaltare i giudizi precedentemente espressi dagli studiosi, neanche includendo in questa analisi quei pavimenti provenienti da contesti di tipo non residenziale. In effetti già M. E. Blake manifestava, nell’introduzione al suo pionieristico saggio del 1940 dedicato ai mosaici di tarda età imperiale a Roma e nell’area romana, una certa difficoltà ad individuare, a fronte di un cospicuo numero di monumenti e complessi edilizi databili tra tardo III e il IV secolo, non solo una “produzione musiva romana”, ma anche esemplari di elevato livello qualitativo[24]. La stessa considerazione, anche se da un diverso punto di vista, veniva espressa da Federico Guidobaldi e Alessandra Guiglia nell’introduzione al volume monografico sui pavimenti marmorei di Roma fra IV e IX secolo, edito nel 1983[25]: nell’Urbe il declino e la progressiva rarefazione di una tradizione decorativa vivissima fino a buona parte del III secolo si compiono entro l’età costantiniana, in decisa controtendenza con quanto si registra, contemporaneamente, in buona parte dell’Italia e del mondo romano, dove si assiste ad uno straordinario impulso dell’industria musiva («In Rome something was definitely wrong with the clock», rilevava Marion E. Blake con il consueto acume)[26].

I mosaici pavimentali della Roma tardoantica appartengono dunque ad un filone decorativo, che, almeno per quel periodo, continua a mantenere carattere di occasionalità e particolarità – in quanto legato, probabilmente, a richieste specifiche di singoli committenti – e sembra difficile che anche in futuro il quadro possa subire modifiche sostanziali, visto che i dati ricavabili dall’analisi del campione ostiense e, più in generale, dell’area romana sembrano finora indirizzare verso le medesime conclusioni.

 


Note

Questo contributo riprende in buona parte – salvo che per alcuni aggiornamenti o integrazioni e per l’apparato iconografico, qui presentato in forma più estesa e a colori – il contributo dal titolo Testimonianze musive dalle residenze tardoantiche di Roma e suburbio: analisi d’insieme e prime considerazioni conclusive, in corso di stampa negli Atti del Convegno internazionale del CISEM “Abitare nel Mediterraneo tardoantico”, svoltosi a Bologna e Ravenna dal 2 al 5 marzo 2016.

[1] Sul progetto, recentemente pubblicato tramite portale web (http://tess.beniculturali.unipd.it/), si vedano da ultimo Ghedini 2016; Ghedini et alii 2016a-b (con bibl. prec.). Per una sintesi dei risultati relativi alla schedatura di Roma si rinvia ad Angelelli, Tortorella 2016.
[2] Vale la pena di ricordare, a tal proposito, che la base di questo studio – e più in generale della banca dati di TESS – è costituita dai soli pavimenti editi (reperibili cioè da bibliografia o sitografia) e non tiene pertanto conto di eventuali nuove scoperte in corso di studio e pubblicazione.
[3] Borgia et alii 2008, pp. 28-31. Per l’inquadramento tipologico dei pavimenti delle domus nel filone decorativo cd. severiano cfr. Angelelli 2017b, pp. 87-88, 108-109, 124.
[4] Colini 1939, p. 242, fig. 5; Blake, Mosaics, p. 85.
[5] Si vedano, ad esempio, il tessellato con reticolato di trecce da Piazza dei Cinquecento, cd. Monte della Giustizia (MNR Mosaici, pp. 167-170, scheda 25, fig. 25 a p. 288) e quello, decorato con tralci vegetali e pseudoemblema policromo, rinvenuto nel 1900 lungo via del Quirinale (Salvetti 2013, pp. 276-278, n. 7, fig. 109).
[6] Per il quale si rinvia a Fogagnolo 2006 (con bibl. prec.).
[7] Werner 1994, pp. 295-296, K 129; pp. 311-312, K141; Salvetti 2013, pp. 139-146, figg. 45-47 (con ulteriore bibliografia).
[8] Salvetti 2013, 154-160, figg. 51-52.
[9] Bartoloni 2007, p. 59. Cfr. anche Angelelli 2017a, p. 83.
[10] Via dei Fienaroli: Fogagnolo 2005, pp. 683-684, fig. 4; Angelelli 2016, p. 64 e nota 65, fig. 4.7; Torre Angela: Werner 1994, pp. 320-322, K 147; Angelelli 2017a, p. 66 e note 7-11, fig. 45.
[11] De Franceschini 2005, p. 211, fig. 75.9; Fogagnolo 2016, p. 321, fig. 20.
[12] Loreti 2007; ulteriori osservazioni in Angelelli 2017a, pp. 80-81, fig. 58.
[13] Bartoloni 2007, p. 59. Cfr. anche Angelelli 2017a, p. 83.
[14] Blake, Mosaics, pp. 99-100, pl. 19, 2.
[15] Quattrocchi 2008, pp. 83-91, figg. 3-15; Napoli, Baldassarre 2015, p. 96, fig. 9. V. inoltre Angelelli 2016, p. 69, fig. 4.21.
[16] De Franceschini 2005, p. 211, fig. 75.8; Fogagnolo 2016, p. 322, fig. 21.
[17] Buonaguro et alii 2011, pp. 443-445, figg. 10-14.
[18] Vitale 1995.
[19] MNR Mosaici, pp. 181-183, fig. 29.
[20] Guidobaldi, Sectilia.
[21] Guidobaldi 2001.
[22] Per un inquadramento di questa produzione pavimentale, caratteristica di Roma e dell’area romana fra IV e V secolo cfr. Guidobaldi, Guiglia Guidobaldi, Pavimenti marmorei, pp. 198-261.
[23] Guidobaldi 1983.
[24] Blake, Mosaics, p. 82.
[25] Guidobaldi, Guiglia Guidobaldi, Pavimenti marmorei, pp. 13-14.
[26] V. supra, nota 24.

Abbreviazioni bibliografiche

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