Rivestimenti marmorei e musivi nella Cappella Espiatoria di Monza: lavori in corso in margine al riesame del monumento

Marco Emilio Erba


The Expiatory Chapel in Monza was built to commemorate the murder of the Italian King Umberto I of the House of Savoy on 29th July 1900. Despite the apparent lack of interest showed by the past literature about this monument, its ceilings, floorings and walls are fully covered by polychrome mosaics and precious marble slabs, result of a high specialized workforce that decorated what now looks like an authentic royal cenotaph. Researches currently under development could provide important data about the mosaic and marble cladding, one of the most luxurious examples of the stile umbertino.

La morte del sovrano Umberto I, assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci la sera del 29 luglio 1900 in via Matteo da Campione a Monza, sancì l’inappellabile atto conclusivo dei soggiorni sabaudi nella Villa Reale cittadina. Lo scalpore destato dal regicidio a livello nazionale si rifletté localmente nell’enfasi retorica della stampa locale, nelle pubbliche manifestazioni di cordoglio e, non da ultimo, nei reiterati e commossi pellegrinaggi al campo ginnico in cui si era consumato il delitto, sintomo di una città ferita intimamente e suo malgrado teatro dell’evento luttuoso. Era dunque più che naturale che, già a partire dal successivo autunno, prendesse corpo l’idea di procedere alla costruzione di un sacro memoriale che fosse insieme monumento espiatorio e cenotafio, fortemente caldeggiata tanto dall’Amministrazione Comunale quanto dalla casa regnante.

L’inaugurazione della Cappella Espiatoria si tenne in pompa magna nel decimo anniversario dell’uccisione, esito finale di anni d’intenso lavoro, rallentamenti e complicazioni logistiche (tra cui la morte del primo architetto Giuseppe Sacconi nel 1905, sostituito dall’allievo e collaboratore Guido Cirilli)[1]. La Cappella conserva oggi intatte le forme di allora (fig. 1): un monolite rivestito in arenaria d’Oggiono con due grandi croci diafane in alabastro inserite in aggetto e rischiarate dall’interno, impostato su una cella accessibile da un’ampia terrazza rialzata; un sistema di scale conduce posteriormente alla cripta a pianta cruciforme, occupata al centro dal cippo in marmo nero deposto a eterna memoria della tragedia. Il ricchissimo apparato decorativo marmoreo e bronzeo, i colossali propilei che inquadrano lateralmente la struttura e la sistemazione a parco dell’area retrostante (chiusa da una monumentale esedra) non fanno altro che sottolinearne il carattere di recinto funerario e “mausoleo reale”, dotato di un avveniristico – almeno per l’epoca – impianto di illuminazione elettrica.

Sebbene l’ormai consueta cerimonia commemorativa si rinnovi il 29 luglio di ogni anno da più di un secolo[2], la fortuna della Cappella è andata progressivamente scemando, quasi che la città abbia involontariamente tentato di cancellare un capitolo della propria storia tutto sommato abbastanza scomodo. Molteplici le ragioni potenzialmente attribuibili a questo insuccesso: l’eccentricità del monumento rispetto ai più battuti e tradizionali circuiti turistici monzesi; l’immediata vicinanza di viale Cesare Battisti, trafficatissima arteria di snodo per Milano e i centri della Brianza nord-occidentale; il naturale sviluppo del quartiere di S. Biagio, che ha gradualmente assorbito (e dunque nascosto) il complesso architettonico nel rinnovato tessuto urbanistico; l’accessibilità al sito stesso, fino a tempi molto recenti limitata a particolari ricorrenze. Si aggiungano inoltre le poche righe spese in tanti decenni sull’argomento e, più in generale, la scarsa considerazione critica cui neanche gli ultimi restauri sono stati in grado di porre rimedio[3].

È quindi facilmente intuibile come si attendano con un certo interesse i risultati che le ultimissime ricerche potranno offrire[4], rimettendo in discussione problematiche in fondo mai del tutto risolte grazie al riesame analitico della struttura e all’accorto spoglio della dimenticata documentazione d’archivio. In tal senso, dati significativi giungeranno dallo studio del raffinatissimo programma decorativo: all’austera severità che caratterizza le superfici esterne si contrappongono gli sfolgoranti rivestimenti marmorei e musivi nelle due aule (figg. 2-8), gli unici degni di rappresentare esaustivamente l’autorità regia (pertanto il più alto livello di committenza allora possibile), frutto del lavoro di maestranze altamente specializzate chiamate in causa sia da Monza sia, e soprattutto, da fuori città. Se una variegata gamma di litotipi italici ed “imperiali” ricopre pareti e pavimenti spartendone geometricamente gli spazi, le volte dei soffitti sono invece impreziosite da fini mosaici con inserti in pasta vitrea dal tono ora vivace e bizantineggiante, ora più disteso e votato alla riflessione, densi di allusioni salvifiche e simbologia sabauda, nel complesso uno fra i massimi esempi del ridondante e magniloquente stile umbertino; senza dimenticare il massiccio impiego d’alabastro per porte e finestre o, ancora, le straordinarie (e tuttavia sempre ignorate) specchiature mosaicate in ciottoli che rivestono integralmente il muraglione interno della grande esedra, a decorazione geometrica e figurata (figg. 9-10).

Un’occasione unica non soltanto per ripensare storia edilizia e forme artistiche, ma anche e non secondariamente per valorizzare e sottrarre dall’oblio un monumento ancora oggi poco noto agli stessi monzesi.

 


Note

[1] Per la ricostruzione storica degli avvenimenti si rimanda a Boatti 2000; Rosa 2000. La scelta del Sacconi non fu certo casuale: si ricordi che proprio in quegli anni fervevano a Roma i lavori per la costruzione del Vittoriano, da lui diretti.
[2] Duole constatare come il muro di cinta venga periodicamente imbrattato con scritte vandaliche inneggianti al regicida. Occorre inoltre rammentare, in aggiunta alla generale incuria che ha riguardato l’area negli ultimi anni, i recenti furti di alcune tra le numerose corone votive in bronzo consacrate alla memoria del sovrano.
[3] La trattazione più completa continua ad essere Nardini Saladini 1912, con eccellente apparato fotografico in merito al procedere dei lavori. Più recentemente, si veda la sintetica descrizione del monumento in Paleari 2007. Rapidi accenni si ritrovano in Profumo 2002, p. 437; Profumo 2008, p. 320. Al termine degli ultimi interventi di restauro è stato dato alle stampe l’agile Cappella Espiatoria 2007, che raccoglie tuttavia in massima parte materiale già edito, riservando oltretutto solo poche pagine alla Cappella vera e propria.
[4] Delle indagini è incaricata l’arch. Leda Fontana, Scuola di Specializzazione in Beni Architettonici e del Paesaggio del Politecnico di Milano.

Abbreviazioni bibliografiche

  • Boatti 2000 = A. Boatti, Il fatto, in Monza 2000, pp. 75-81.
  • Cappella Espiatoria 2007 = La Cappella Espiatoria di Monza. Un regicidio e un monumento, ed. M. Rosa, Milano 2007.
  • Monza 2000 = Monza 29 luglio 1900. Il Regicidio, dalla cronaca alla storia, ed. P. E. Fiora, Milano 2000.
  • Nardini Saladini 1912 = R. Nardini Saladini, La Cappella Espiatoria di Monza, Bergamo 1912.
  • Paleari 2007 = P. Paleari, La Cappella Espiatoria. Breve storia dell’apparato decorativo, in Cappella Espiatoria 2007, pp. 70-75.
  • Profumo 2002 = R. Profumo, Arte e architettura nel Novecento: i primi sette decenni, in Monza. La sua storia, edd. F. De Giacomi, E. Galbiati, Cinisello Balsamo 2002, pp. 430-447.
  • Profumo 2008 = R. Profumo, Dal neoclassicismo al Novecento. Arti figurative e arti applicate, in Storia della Brianza, IV. Le arti, ed. S. Coppa, Oggiono 2008, pp. 265-345.
  • Rosa 2000 = M. Rosa, Dal legno all’alabastro. La costruzione della Cappella Espiatoria, in Monza 2000, pp. 118-125.