Testimonianze pavimentali da Potentia e dal suo ager suburbanus

Fabio Donnici


Although Potentia was one of the most important cities in the inner part of Roman Lucania, its urban shape and its settlement history are very little known within the general framework of ancient Italy. This is due to the poorness of literary sources and – mostly – to the uninterrupted continuity of life of the city over the centuries. Within such a lack of documentation, the contribution provided by ancient floors, unearthed in or immediately around modern Potenza, may be useful to better define the urban layout of the Roman city and the settlement modes of its suburbium.

Introduzione

La forma urbana e le vicende insediative di Potentia, importante centro della Lucania interna di età romana, sono tra le meno conosciute dell’Italia antica[1]. Ciò è ascrivibile da un lato all’estrema esiguità delle fonti letterarie, dall’altro all’ininterrotta continuità di vita dell’abitato che, soprattutto nell’ultimo cinquantennio d’intenso – e troppo spesso “disinvolto” – fermento edilizio, ha gravemente obliterato il tessuto urbano antico. L’archeologia potentina, di conseguenza, è caratterizzata da una documentazione materiale decisamente lacunosa, derivante per lo più da rinvenimenti casuali effettuati tra il XIX e la prima metà del XX secolo, oltre che da poche e frammentarie acquisizioni da scavi più recenti.

In una situazione di tale povertà documentaria, un ruolo importante possono avere i rivestimenti pavimentali, non solo come testimonianze di antichi saperi artigianali e culture decorative, ma anche come preziosi indicatori di tipologie edilizie e scelte insediative. In tal senso, le attestazioni provenienti da Potenza e dal suo più immediato hinterland, seppur lacunose e frammentarie, presentano alcuni interessanti spunti interpretativi per una migliore definizione del più generale quadro storico-urbanistico e culturale della città di epoca romana.

Potentia romana: il quadro storico-archeologico

Potenza sorge su un’altura (819 m) posta a controllo dell’alta valle del Basento, al centro di un più vasto comprensorio montuoso (Appennino Lucano interno) la cui conformazione geomorfologica ha da sempre condizionato l’insediamento umano[2].

La storia del popolamento del territorio potentino, risalente al Neolitico[3], ebbe fasi significative in epoca arcaica (fine VII-inizi VI sec. a.C.), quando si registra la presenza di popolazioni di stirpe iapigia, e nel periodo compreso tra la fine del V e gli inizi del III sec. a.C., con l’arrivo e la progressiva occupazione da parte dei Lucani[4].

La fase che segnò più marcatamente il paesaggio antico, tuttavia, è legata alla conquista romana dell’Italia meridionale. Nel corso del II sec. a.C. va collocata, con ogni probabilità, la fondazione della nuova entità urbana di Potentia, generalmente riconosciuta dagli studiosi quale esito di natura coloniale di un processo di profonda ristrutturazione del tessuto geopolitico lucano[5]. Ad ogni modo, poco o nulla conosciamo della fisionomia della città durante le sue prime fasi di vita, almeno fino al I sec. a.C. inoltrato, quando essa ricevette lo status di municipum e fu assegnata alla tribù Pomptina[6].

Nei successivi due secoli le testimonianze disponibili, di natura quasi esclusivamente epigrafica[7], restituiscono l’immagine di un centro piuttosto dinamico che controllava un vasto e florido ager[8] e che, nelle sue articolazioni sociali, culturali e religiose, risultava ancora fortemente intriso di caratteri preromani[9]. Più precisamente, un periodo di particolare fioritura socio-economica sembra potersi rilevare tra l’età augustea e il primo impero[10].

Lo sviluppo urbano di Potentia proseguì ancora nel corso di tutta l’epoca imperiale e fino alla tarda antichità, quando la città divenne, dapprima, un’importante tappa lungo il tracciato della via Herculia (fine III-inizi IV sec. d.C.)[11] e, in seguito, una delle più antiche sedi episcopali della Lucania (V sec. a.C.)[12].

Per quel che concerne l’impianto urbanistico, considerata l’esiguità dei dati archeologici disponibili, la sua ricostruzione complessiva è ancora in larga misura ipotetica. In ogni caso, la città antica doveva occupare la porzione centro-orientale del lungo e stretto pianoro su cui sorge l’attuale centro storico[13], estendendosi in linea di massima tra la Cattedrale di San Gerardo e la chiesa di San Michele[14]. In particolare, sulla base delle mappe catastali ottocentesche, è stata ipotizzata una maglia urbana formata da moduli di un actus per lato (35,47 m) generati da un decumanus maximus, corrispondente all’attuale via Pretoria, e da un decumanus secondario che corre parallelo ad esso in direzione nord (via XX Settembre)[15]. All’interno di questo spazio urbano, ampio circa mezzo chilometro in senso longitudinale e limitato a nord e a sud dall’accentuata pendenza dei versanti, il cuore della vita politico-amministrativa, ossia la piazza forense, sembra potersi localizzare nell’area dell’odierna piazza G. Matteotti, intorno alla quale dovevano gravitare i più importanti edifici pubblici e religiosi del municipium Potentinus[16].

Le testimonianze pavimentali

Se si eccettuano alcuni rivestimenti pavimentali rimessi in luce durante scavi di emergenza nella seconda metà del secolo scorso, ed ancor oggi visibili, una cospicua parte della documentazione che qui si considera è riferibile a scoperte fortuite effettuate tra l’Ottocento e gli inizi del Novecento, spesso solo brevemente segnalati nelle fonti bibliografiche e archivistiche dell’epoca. Si tratta, dunque, di manufatti oggi non più conservati, oltreché privi dei dati di contesto e di un’adeguata documentazione. Ciononostante, la raccolta analitica delle vecchie notizie di scavo, integrata dalle informazioni desumibili dalle più recenti scoperte, consente di elaborare una carta di distribuzione delle attestazioni in grado di fornire delle indicazioni, se non dirimenti, quantomeno utili alla ricostruzione del tessuto insediativo del centro indagato (fig. 1).

Numerosi sono stati nel corso del tempo i rinvenimenti, nei livelli inferiori del centro cittadino, di strutture edilizie romane che conservavano resti di pavimenti antichi.

In particolare, le fonti del XIX secolo segnalano che, in occasione di nuove costruzioni o di ristrutturazioni, non era affatto inusuale imbattersi in pavimenti «a musaico» generalmente associati a «fabbriche reticolate e laterizie (fig. 1.1)»[17]. Considerando la presenza di queste tecniche murarie, si trattava con ogni probabilità di attestazioni relative al periodo di maggior sviluppo del municipum, inquadrabile, come si evince dal più cospicuo dato epigrafico, tra la fine del I sec. a.C. e gli inizi del II sec. d.C. [18]

All’interno di quest’arco temporale può genericamente ascriversi anche «la platea di un ambiente con pavimento a musaico», il cui ritrovamento fortuito, occorso nei primissimi anni del XX secolo, è menzionato in un documento inedito a firma di Vittorio Di Cicco, allora Direttore del Museo Provinciale di Potenza, oggi conservato nel piccolo Archivio Storico dell’istituto[19]. Il tessellato, di cui purtroppo non è descritta la sintassi ornamentale, emerse durante il rifacimento della rete fognaria nel «vicolo del teatro» (odierna via Teatro Stabile) e doveva appartenere ad un edificio di un certo rilievo, in quanto si trovava in relazione con un «avanzo di muro costruito a blocchi di pietra calcarea faccettati e murati a secco» (fig. 1.4) [20].

Benché piuttosto laconica, questa fonte d’archivio offre alcuni spunti d’interesse. In primo luogo, rappresenta una delle pochissime notizie sicure sulla presenza di emergenze archeologiche anche nel settore centro-occidentale del colle potentino, area questa in cui, soprattutto a causa delle trasformazioni urbanistiche ottocentesche[21], è ancor più difficile che altrove seguire le tracce dell’impianto romano. Inoltre, tenendo in considerazione che la chiesa di San Michele, situata a poche decine di metri ad ovest dal «vicolo del teatro», doveva trovarsi subito all’esterno del circuito murario urbano[22], è a questo punto possibile sostenere con una certa sicurezza che il limite occidentale della città antica fosse ubicato proprio tra questi due punti e, più precisamente, in corrispondenza via G. Bruno[23].

Spostandoci lungo il pianoro nella direzione opposta, molto poco si può dire riguardo ad un pavimento in cotto segnalato dall’erudito locale Emmanuele Viaggiano sotto la scomparsa chiesetta di S. Niccolò (fig. 1.3)[24], se non che era posto allo stesso livello di profondità di un basolato stradale romano individuato casualmente nei pressi del vicino “Palazzo del Conte” (largo Pignatari)[25], e che si trovava a ridosso di quella che doveva essere l’area forense della città romana (piazza Matteotti)[26].

Maggiori informazioni, invece, si possono trarre da alcuni setti murari e piani pavimentali pertinenti a varie fasi di occupazione, rinvenuti tra il 1968 e il 1969 nel corso di lavori di risanamento delle fondazioni medievali della Cattedrale di S. Gerardo (figg. 1.2)[27]. Come è stato messo in evidenza in uno studio di P. Favia[28], le strutture più risalenti sono rappresentate da due muri intonacati in opus incertum[29] e da tre lacerti di tessellato policromo, che consentono di ricostruire un ambiente rettangolare (1) di circa 17 m2 (5,10 x 3,30 m) con un ingresso decentrato ad ovest (fig. 2). La pavimentazione musiva è bordata da una cornice lineare multipla in vari colori (bianco, nero, rosso e marrone), mentre la decorazione del campo, conservata solo in minima parte, è stata ricostruita come una composizione di onde di pelte contigue e opposte, con gli intervalli caricati da quadrati in diagonale (figg. 3-5)[30]. I quadrati sono suddivisi in quattro triangoli, colorati alternativamente in rosso e giallo; le pelte sono realizzate con tessere rosse, contornate in bianco e marginate da una fascia nera, che si può ipotizzare ondulata e continua, di collegamento tra le singole unità compositive. I quattro spazi di risulta sono occupati da motivi “a mezza mandorla” marginati in bianco e campiti in rosso e in bruno[31].

Tale tipologia ornamentale è largamente attestata nel mondo romano, sia nel tempo che nello spazio, anche se incontra una particolare fortuna soprattutto in edifici tardoantichi e paleocristiani[32]. Ed è proprio alla tarda antichità che può essere ascritto il mosaico in esame, più probabilmente al V secolo, epoca in cui Potentia ospita una delle prime sedi episcopali della Lucania.

Subito ad est di questo primo vano doveva essercene un altro adiacente (2), anch’esso rivestito da un tessellato policromo di cui non resta altro che un piccolo lembo (62 x 47 cm) nell’angolo sud-ovest. In questo punto si riconoscono soltanto una serie di fasce lineari bianche e nere e un frammento di cornice con treccia a due capi policroma (in bianco, rosso e giallo con effetto di rilievo), su fondo scuro (fig. 6)[33].

Pur in assenza di precisi rapporti stratigrafici, i due pavimenti appena descritti condividono, a mio parere, le stesse caratteristiche tecnico-artigianali e decorative e, pertanto, anche periodo di messa in opera. Più difficile, invece, risulta definire le destinazioni d’uso dei vani che decoravano e la funzione stessa dell’edificio di cui facevano parte. A tal proposito, si può rilevare come, in un non meglio precisabile momento successivo, il pavimento del primo ambiente sia stato tagliato da un muro curvilineo che in parte ne oblitera la decorazione e in parte lo riutilizza come piano di calpestio. La nuova forma absidata sembra evocare uno spazio sacro che, com’è stato suggerito, potrebbe essere identificato, in virtù delle ridotte dimensioni e della presenza del muro di chiusura ad ovest, con un piccolo vano devozionale, piuttosto che con l’abside di una primitiva chiesa[34].

All’epoca tardoantica possono datarsi anche alcune strutture murarie e un tratto di mosaico a grandi tessere di colore verde (fig. 8)[35], venuti alla luce nel 1984 sotto il piano medievale della chiesa di San Michele (figg. 1.5 e 7)[36]. I resti si collocano a circa 80 cm sotto la navata destra in corrispondenza dell’ingresso laterale, ma, al contrario di quanto ipotizzato in passato[37], non sembrano estendersi anche in direzione del piccolo slargo antistante[38]. Plausibile è l’ipotesi, avanzata da parte di alcuni studiosi[39], che si tratti dei resti di una chiesa, menzionata in una lettera di papa Gelasio I al vescovo di Potenza Erculenzio, che fu dedicata nel V secolo ai SS. Michele e Marco in un fundus denominato Sextilianus nei pressi della città[40].

Il suburbio potentino ha restituito nel tempo numerose testimonianze pavimentali, per la maggior parte oggi scomparse. Agli inizi del XIX secolo il Viggiano ricorda che la zona compresa tra la cappella di S. Cataldo (anticamente situata alla confluenza dei torrenti Tora e Gallitello nel Basento)[41] e il Mulino della Corte (attuale Stazione Centrale)[42], corrispondente almeno in parte alla contrada La Murata (fig. 1.7), era disseminata di ruderi e «pavimenti quali a mosaico, quali dipinti, e fatti elegantemente a lastrico, come diciamo»[43]. In assenza di altre informazioni, la localizzazione dei rinvenimenti a ridosso della valle dell’alto Basento, ai piedi dell’altura cittadina, fa supporre che quelli menzionati fossero i resti di grandi impianti rurali a carattere abitativo-produttivo dalla lunga continuità di vita, i cui ambienti erano decorati da rivestimenti in tessellato e, presumibilmente, in cementizio e in opus sectile.

In favore di tale interpretazione sembra deporre anche la presenza di muri e pavimenti in mattoni segnalata dal Lacava lungo la sponda sinistra del fiume[44] (fig. 1.9) in direzione del Ponte di San Vito, le cui fondazioni molto probabilmente risalgono al periodo romano[45], e della contrada di Santa Maria di Betlemme, dove si rinvennero materiali architettonici pertinenti probabilmente ad un santuario extraurbano del periodo augusteo[46].

Nella prima metà del secolo scorso, inoltre, erano ancora visibili i ruderi di un edificio romano nei pressi del Tiro al Segno di Potenza[47], una località compresa tra l’attuale viale del Basento e il fiume, a sud della Stazione Inferiore (fig. 1.8)[48]. In una fonte archivistica inedita, Vittorio Di Cicco afferma che il complesso fu individuato nel 1884 durante la costruzione del fabbricato del vecchio poligono di tiro militare[49]. In quell’occasione si rinvennero strutture murarie, vasche, condutture e «pavimenti signini» che gli esperti del tempo identificarono con il «fabbricato di una pubblica terma»[50]. In seguito, l’indagine fu ripresa e approfondita in quell’area dallo stesso archeologo lucano, il quale riportò alla luce i resti di una dimora romana con atrium e impluvium[51] a cui doveva verosimilmente appartenere anche l’impianto termale scoperto in precedenza. Di particolare importanza fu il ritrovamento, nella circostanza, del «piano di un pregevole pavimento»[52] con «decorazioni geometriche a raggiera»[53]. Non avendo i mezzi per proseguire lo scavo, tuttavia, i ruderi furono ricoperti e il mosaico, ben conservato (3 x 3,5 m), fu portato al Museo Provinciale, dove sfortunatamente andò distrutto, insieme a molti altri reperti, nell’incendio del 22 febbraio 1912[54].

Gli unici documenti pavimentali provenienti dall’agro suburbano di Potentia ancora conservati e visibili in situ appartengono ad una villa rustica individuata dalla Soprintendenza Archeologica della Basilicata nel 1973-74 e nel 1978-1979, su un’altura (790 m s.l.m.) posta a circa 2 km a nord-ovest dal centro della città, in loc. Malvaccaro (fig. 1.6)[55]. Articolato su più livelli posti a quote differenti lungo il pendio collinare, il complesso è stato più recentemente (2005-2006) oggetto di ulteriori indagini tese a definirne planimetria e periodo di frequentazione[56].

La prima fase di occupazione, databile tra il III e la prima metà del IV sec. d.C., è documentata da alcuni vani di servizio o produttivi con pavimenti laterizi a mattoncini disposti a coppie e alternati in senso orizzontale e verticale, solo parzialmente conservati in vari punti della struttura (fig. 9). Uno spesso strato di cenere e il crollo del tetto lasciano supporre che quest’impianto sia stato distrutto da un violento incendio.

Tra la seconda metà del IV e il V sec. d.C., invece, l’intero complesso fu monumentalizzato nel settore centrale mediante la messa in opera di un’imponente sala absidata, scenograficamente articolata su piani sfalsati raccordati da un gradino (fig. 10). Si tratta di una grande coenatio a pianta mistilinea, interamente impreziosita da una ricca decorazione musiva policroma. Verso sud, un vano rettangolare con pavimento in opus sectile, di cui si conserva soltanto una crusta esagonale in marmo pavonazzetto (fig. 11), svolgeva probabilmente la funzione di ingresso monumentale[57].

Le testimonianze più recenti, infine, risalgono al VI sec. d.C., quando il settore posto a nord della residenza fu destinato ad area funeraria, come attesta il rinvenimento di due sepolture a fossa terragna, una infantile e una di adulto.

La tipologia architettonica della villa potentina di IV-V secolo richiama le dimore di prestigio dell’Urbe e dell’Africa settentrionale[58] e trova diversi altri confronti nella Lucania interna di età tardo-romana, come ad esempio nel coevo impianto di Maiorano di Viggiano[59]. La sua monumentalizzazione si inserisce in un processo storico-economico che vide le zone rurali della regione assumere un ruolo sempre più centrale nel controllo e nella gestione del territorio[60] e che trova giustificazione nel più ampio quadro delle riforme dell’assetto imperiale volute da Diocleziano, tra cui l’istituzionalizzazione, all’inter­no del sistema fiscale, delle distribuzioni di caro porcina lucana alla popolazione di Roma[61]. D’altra parte, la stessa via Herculia, da poco tempo messa in funzione, era mantenuta a spese dell’amministrazione centrale, proprio per facilitare il prelievo fiscale di un vasto hinterland[62].

Ritornando con maggiore attenzione sul mosaico della coenatio[63], la sua superficie è articolata in due differenti unità decorative, pertinenti l’una ad un salone di rappresentanza rettangolare (b: 9,20 x 10,60 m), l’altra ad uno spazio tricliniare di forma semicircolare in cui trovava posto lo stibadium per i commensali (a: 4,90 x 4,65 m) (fig. 12).

Il vano absidato è decorato da una cornice di spine rettilinee[64], inquadrante una composizione ortogonale di squame adiacenti disegnate da linee dentate nere su fondo bianco (figg. 13-15)[65].

Nel salone, quasi interamente conservato, motivi geometrici e figurati sono inseriti all’interno di pannelli giustapposti, la cui composizione originaria prevedeva due identici gruppi di tre pannelli, disposti in posizione speculare ai lati di un riquadro centrale con emblema figurato (fig. 16)[66]; tutt’intorno corre una cornice (largh. 40 cm) decorata da una fila di quadrati in tessere rosa-arancio sulla diagonale, tangenti, campiti da quadrifogli neri (fig. 17)[67]. Procedendo da sinistra a destra a partire dal settore più prossimo allo stibadium, il primo pannello (1,88 x 2,68 m) risulta occupato da una composizione ortogonale di stelle a quattro punte blu e giallo-arancio tangenti, formanti un reticolato di losanghe, con effetto di ottagoni secanti e tangenti[68]. Le stelle sono caricate da un quadrato iscritto tangente per gli angoli, campito in rosa e contente una crocetta di cinque tessere in bianco e nero (fig. 18). Nel secondo riquadro (3,55 x 2,68 m) è inserita una composizione ortogonale di ottagoni irregolari adiacenti con quattro lati concavi, formanti cerchi, qui disegnati e collegati da gruppi di linee policrome con effetto iridescente[69]. All’interno dei cerchi sono presenti grandi quadrifogli rosa e verde, mentre negli ottagoni sono rappresentati sei crateri a volute con riflessi metallici sul corpo e sei kalathoi, alternativamente vuoti e ricolmi di frutti rossi (fig. 19). Il pannello III (2,88 x 2,68 m), invece, presenta una composizione ortogonale di cerchi allacciati in vari colori, formanti quadrati concavi a colori alterni (nero e in giallo-arancio) con effetto di doppio reticolato[70]; all’interno e presso i punti di tangenza sono presenti crocette bianche e nere (fig. 20). Lo spazio rettangolare centrale (IV: 8,30 x 3,10 m), infine, contiene una composizione ortogonale di ottagoni bianchi secanti ed adiacenti, formanti esagoni allungati in giallo-arancio e blu e contenenti un quadrato bianco con rosetta centrale nera (fig. 21)[71]. Il motivo è interrotto centralmente da uno pseudoemblema quadrato (1,45 m per lato) bordato da una linea dentellata, all’interno della quale, negli angoli, sono presenti larghe foglie d’acanto (fig. 22); il medaglione circolare centrale (diam. 1,20 m), lacunoso, è costituito da varie linee dentate concentriche, in colori sfumati, che incorniciano la raffigurazione canonica delle tre Grazie nell’atto di abbracciarsi tra loro. Del gruppo figurativo, rivolto non casualmente in direzione dello stibadium, si conservano solo parte della figura di sinistra, di prospetto, cinta di diadema e con bocciolo rosso nella mano destra, e di quella centrale, di spalle, anch’essa ornata con un diadema (fig. 23).

Se la maggior parte dei motivi ornamentali impiegati nella decorazione della coenatio, tuttavia, non sono sufficiente­mente indicativi per definire l’operato delle maestranze che la realizzarono e la provenienza dei modelli impiegati, essendo diffusi per un ampio arco cronologico e in numerose aree dell’Impero, qualche interesse sembra invece rivestire lo schema ad ottagoni curvili­nei che delimitano tondi con inserti iconici presente nei pannelli speculari centrali del salone rettangolare (II e V). Il motivo, probabilmente elaborato in ambito romano-ostiense tra II e inizi del IV sec. d.C.[72], non conosce complessivamente numerose attestazioni e soltanto nel periodo tardoantico, accanto alle redazioni semplicemente delineate con qualche inserzione di rosette quadripetali, iniziano a comparire – con minor frequenza – quelle disegnate da un cavo policromo e arricchite da inserti figurati[73]. Le realizzazioni più semplici sono documentate principalmente in contesti paleocristiani, come ad esempio a Siponto ed Egnathia in Apulia[74], mentre quelle più complesse, come nel caso di Malvaccaro, conoscono precedenti signi­ficativi verso la fine del III sec. d. C. in Grecia[75], dove lo schema continua ad essere utilizzato fino al VI secolo [76]

In ogni caso, il variegato campionario ornamentale offerto dal mosaico in esame s’inserisce pienamente nel quadro generale della cultura musiva che caratterizzò la Lucania tardoantica e che ebbe nella via Herculia un’importante direttrice di diffusione e formazione[77]. D’altra parte, i motivi ornamentali, le caratteristiche dell’impaginato, l’accentuato gusto cromatico, l’utilizzo ridotto delle figure all’interno di complesse composizioni geometriche, l’articolata scansione e le caratteristiche tecnico-artigianali, sono tutti elementi che appartengono ad un repertorio attestato in tutto il Mediterraneo tardo-romano e, in particolare, trovano riscontri più puntuali in regioni limitrofe come l’Apulia[78]. Tuttavia, non manca in questo manufatto, opera di maestranze verosimilmente locali, l’elaborazione di un linguaggio decorativo peculiare, in cui una varietà di influenze esterne viene declinata in forme non prive di originalità[79].

Naturalmente, di grande interesse è anche lo pseudoemblema figurato su cui converge l’intera composi­zione. La rappresentazione delle Grazie all’interno di uno spazio privilegiato come quello della sala da banchetti allude evidentemente ai pia­ceri della vita in un contesto socio-culturale elevato e, più in generale, al benes­sere terreno di cui il non meglio identificabile dominus potentino fruiva ed era allo stesso tempo dispensatore[80]. Ad un livello concettuale più profondo, inoltre, l’immagine potrebbe rimandare alla sfera dionisiaca, co­me già documentato in altri contesti simili[81]. Ad ogni modo, a prescindere dalle sue molteplici gra­dazioni semantiche, non sempre immediatamente intellegibili, appare comunque evidente come la rappresentazione si facesse portatrice di valori sociali e culturali che rientravano nella più generale prospettiva esistenziale degli uomini del tempo. Questa considerazione può ritenersi valida anche per gli inserti iconici di ambito tricliniare dei già citati pannelli II e V. Se i cesti vuoti e pieni potrebbero evocare l’alternanza delle stagioni nel dispensare agli uomi­ni i frutti della terra e la prosperità, i crateri metallici, invece, simboleggiano chiaramente il servizio prezioso per il banchetto qui per sempre cristallizzato (fig. 24)[82]. Tali figurazioni, dunque, lungi dall’essere meri riempitivi, non solo richiamano l’atmo­sfera del convivio, ma rappresentano anche il simbolo della ricchezza del proprietario, peraltro testimoniata dalla possibilità stessa di disporre un mosaico di questo livello[83].

Il pregio del manufatto, oltre che dalla sintassi ornamentale, è testimoniato anche dalla sua accuratezza tecnico-artigianale che lo pone ad un livello qualitativo superiore rispetto alle coeve realizzazioni lucane di IV-V sec. d.C. Spicca in particolare la sapiente modulazione nella messa in opera di tessere regolari di dimensioni progressivamente maggiori, da quelle micrometriche dello pseudoemblema (0,3-0,5 cm) a quelle più grandi dei pannelli geometrici (0,8-1,2 cm) e dello spazio tricliniare (1,5-2 cm). Notevole è anche l’impiego di una vasta gamma di sfumature cromatiche ottenute mediante l’utilizzo esclusivo di pietre naturali di vari colori (nere, bianche, verdi, gialle, rosse, marrone-beige, viola) e di un tipo di marmo grigio con venature bluastre.

Conclusioni

Nonostante l’esiguità della documentazione a nostra disposizione, le testimonianze pavimentali considerate in questo contributo offrono utili indicazioni per ricostruire la lunga e ancora evanescente storia di Potentia, cittadina provinciale della Lucania interna pienamente inserita nel più generale contesto socio-economico e culturale dell’Italia romana. Se da un lato esse confermano la scelta del colle dove sorge il moderno centro storico quale sede dell’impianto urbano del municipium (I sec. a.C. – III sec. d.C.), puntualizzandone peraltro l’estensione, dall’altro mostrano le strategie insediative adottate nelle aree extraurbane, per lo più orientate su un’occupazione di tipo abitativo-produttivo dei versanti meridionali digradanti verso la valle dell’alto Basento. Al riassetto economico promosso da Diocleziano, oltre che al rafforzamento della viabilità interna determinato dall’apertura della via Herculia, invece, rimandano il programma di monumentalizzazione della villa di Malvaccaro con i suoi ricchi mosaici (IV-V sec. d.C.); mentre della creazione della sede episcopale sono testimoni i resti pavimentali rinvenuti sotto la Cattedrale e la chiesa di San Michele (V-VI sec. d.C.).

 


Note

[1] Per un quadro storico-archeologico complessivo su Potentia in età romana cfr. Di Noia 2008.
[2] Inquadramento geomorfologico del Potentino in Capano 1989, pp. 17-19.
[3] Ivi, pp. 19-20, per una disamina delle attestazioni.
[4] Sul popolamento del territiorio in età arcaica e lucana, cfr. Russo 2008, pp. 79-83.
[5] Terrenato 1992, p. 34.
[6] Sullo statuto amministrativo di Potentia e sulla probabile preesistenza di una praefectura Potentina, si veda in particolare Russi 1999.
[7] Raccolta e discussione delle epigrafi provenienti dalla città in Torelli 1989, pp. 47-55 e Di Noia 2008, pp. 29-32 e 72-125.
[8] In mancanza di studi più approfonditi, non è ancora possibile stabilire con precisione i limiti dell’ager Potentinus, compreso tra quelli di Venusia, a nord, e Grumentum, a sud (Terrenato 1992, p. 35).
[9] Come attesta, ad es., la chiara preminenza, all’interno del pantheon cittadino, della divinità lucana Mefite, il cui culto fu mutuato nella seconda metà del I sec. d.C. dalla vicina Rossano di Vaglio ed è ancora attestato fino agli inizi del III sec. d.C. (Russo 2008, pp. 88-89).
[10] Gualtieri 2003, p. 97.
[11] Sulla via Herculia in generale, si veda da ultimo Sabia, Sileo 2013.
[12] Al riguardo, cfr. Spera 1993, pp. 101-102; Campione 2000, pp. 41-60.
[13] E non a valle del versante sud-occidentale dell’altura stessa, in loc. Murate, come erroneamente ritenuto per molto tempo nella letteratura antiquaria locale (ad es. Lacava 1891, pp. 25-26).
[14] Per una ricostruzione della topografia storica della città sulla base di un accurato esame dei dati disponibili, cfr. Di Noia 2008, pp. 47-58.
[15] Buccaro 1997, pp. 7-13, fig. 8.
[16] Ivi, pp. 11-12.
[17] Lombardi 1836, p. 277. A tal riguardo, cfr. anche Viggiano 1805, p. 47.
[18] Su questo punto già Capano 1989, p. 30.
[19] Si tratta di una serie di appunti senza data scritti rapidamente dal Di Cicco su un modulo prestampato per le pratiche amministrative del Museo Provinciale, in seguito raccolti e conservati dal suo successore alla direzione Concetto Valente: Archivio Storico del Museo Provinciale di Potenza (in seguito: ASMPP), Valente I, Relazioni storico-archeologiche Concetto Valente 1, X. Note e Appunti. Colgo l’occasione per ringraziare l’allora dirigente dell’istituto, dott.ssa A. Costabile, per avermi concesso le necessarie autorizzazioni di studio, e le funzionarie, A. Pistone e P. De Marca, per la gentile collaborazione offerta durante le fasi di ricerca: aver avuto la possibilità di consultare questo tanto prezioso quanto sconosciuto scrigno documentario, dov’è celata un’“altra” storia dell’archeologia lucana, è stato per chi scrive un grande e fruttuoso privilegio.
[20] Ibidem. Malauguratamente, le strutture furono distrutte per ricavarne materiali edili subito dopo il loro rinvenimento.
[21] Determinate dalla scelta di Potenza quale capoluogo della Provincia di Basilicata nel 1806, per cui cfr. in particolare Buccaro 1997, pp. 67-106.
[22] Cfr. infra.
[23] Identificazione questa già suggerita in via ipotetica, sulla base di altri indizi documentari, in Buccaro 1997, p. 13 (dove si propone anche la stessa via del Teatro quale limite ovest della città romana) e Di Noia 2008, p. 52.
[24] Viggiano 1805, p. 47, dove peraltro l’Autore sostiene che la superficie pavimentale fosse pertinente ad un’altra piccola chiesa di epoca precedente.
[25] Ibidem («alla stessa profondità»). La notizia è riportata anche in Lombardi 1836, p. 238.
[26] La chiesetta di San Niccolò, infatti, era ubicata presso l’angolo nord-occidentale di Piazza Matteotti (già Piazza del Sedile) e si apriva su di essa. Attualmente, l’antico edificio di culto è inglobato all’interno della sede del Consiglio Comunale di Potenza.
[27] Cfr. Messina 1980, pp. 17-41. I resti si collocano in corrispondenza della parte presbiteriale e absidale della chiesa, ad una profondità di 2 m circa rispetto all’attuale piano di calpestio.
[28] Favia 2005, pp. 257-261.
[29] Il primo ha un andamento est-ovest (lungh. 2,10 m) ed è desinente a ovest in una testata; l’altro (lungh. 1,30 m) è ortogonale rispetto ad esso, ma non tangente per la presenza di un’apertura sull’asse d’incrocio fra le due cortine.
[30] Décor I, 249e (variante).
[31] Le tessere, di taglio approssimativamente regolare, presentano dimensioni variabili tra 1,2 e 1,7 cm; la ricca e sfumata policromia, invece, è ottenuta utilizzando tufo, pietre calcaree colorate e terracotta.
[32] Analisi e diffusione del motivo: Favia 2005, pp. 259-260.
[33] Décor I, 70j. Tessere di grandi dimensioni (1,8 x 2 cm), realizzate anche in questo caso in calcari colorati (bianco e giallo), terracotta (rosso) e tufo (nero).
[34] Cfr. Favia 2005, p. 261.
[35] Disposte in ordito di filari paralleli (dimensioni tessere: 1,8-2,2 cm). Il tratto di mosaico (1 m2 circa), che non contiene sfortunatamente parti decorate, è solitamente nascosto al di sotto una piccola botola, la quale è stata eccezionalmente riaperta durante lo scorso inverno (si ringrazia il dott. D. Colucci per la segnalazione).
[36] Della scoperta si dà rapida notizia in Capano 1989, p. 34
[37] Si veda ad es. Buccaro 1997, p. 7.
[38] Infatti, sulla base delle informazioni gentilmente condivise dal Soprintendente per l’Archeologia, Belle Arti e Paesaggio della Basilicata, arch. F. Canestrini, a cui va la mia gratitudine, recenti lavori di risistemazione della pavimentazione della piazzetta (2017) non hanno permesso di rintracciare, esternamente all’ingresso laterale della chiesa, ulteriori strutture archeologiche alla quota del piano mosaicato.
[39] Anche alla luce del rinvenimento di un pezzo di pilastrino, databile al VI sec. d.C. Così Spera 1993, p. 103, Campione 2000, pp. 53-54 e Di Noia 2008, p. 42. Più scettico invece Favia 1999, p. 331-332.
[40] Gelas. epist. 21, p. 388 ed epist. 35, p. 449 (ed. Thiel 1868). Che il luogo su cui sorgeva la chiesa dovesse essere nelle immediate vicinanze della città è suggerito dal fatto stesso che il fundus rientrava ancora sotto la giurisdizione del vescovo Erculenzio.
[41] In tempi recenti (2008), proprio nei pressi del sito su cui doveva sorgere l’antica cappella di San Cataldo (loc. Tre Mari, Viale del Basento), sono stati riportati alla luce i resti di un insediamento preromano (IV-III sec. a.C.), purtroppo rimasti ancora pressoché inediti (notizia del ritrovamento in Greco 2009, pp. 796-798).
[42] Identificazione del sito in Perretti 2002, pp. 80-81.
[43] Viggiano 1805, p. 46. La presenza di tali rovine, che punteggiavano un’area ampia circa mezzo miglio, aveva indotto alcuni studiosi locali a ritenere che lì dovesse essere ubicato il sito dell’antica Potentia.
[44] Lacava 1891, pp. 25-26.
[45] Cfr. Buccaro 1997, p. 6, fig. 4.
[46] Come un fregio fittile (“lastra Campana”) con Minerve che reggono uno scudo con gorgoneion, ora al Museo Archeologico Provinciale, per cui si rimanda alle considerazioni proposte in Russo 2008, p. 87, tav. 4, anche sulla base delle notizie riportate in Valente 1989, p. 248.
[47] Ivi, p. 253.
[48] Cfr. Perretti 2002, p. 316.
[49] ASMPP, Valente IV, fasc. Varia, f. 68.
[50] Ibidem.
[51] Cioè quella menzionata in Valente 1989, p. 249, come suggerito da A. Di Noia (Di Noia 2008, p. 34).
[52] ASMPP, Valente IV, fasc.  Varia, f. 68.
[53] Valente 1989, p. 253.
[54] Ibidem.
[55] Lattanzi 1975, pp. 272-274; Capano 1987. Il sito è posto a dominio della viabilità di collegamento con il Vulture, da un lato, e con la valle del Marmo-Platano, dall’altro.
[56] De Siena 2007, pp. 424-429. Nel 2012, inoltre, la Soprintendenza Archeologica della Basilicata ha inteso valorizzare il complesso mediante la realizzazione di una struttura in acciaio e plexiglass, per proteggere i mosaici, e una passerella con pannelli esplicativi, per consentirne la pubblica fruizione e la divulgazione.
[57] Russo 2008, p. 93, tav. 11.
[58] Si vedano ad es. Guidobaldi 1995, p. 527 (domus tardoantica di Ostia) e Parrish 1984, pp. 215-216, fig. 74b (“Édifice des Saisons” di Sbeitla).
[59] Sulle sale per banchetti e i loro apparati decorativi nelle villae della Lucania tardoantica, le principali caratteristiche delle quali si trovano esemplarmente condensate in quella di Potenza-Malvaccaro, cfr. Donnici 2017.
[60] Anche a discapito degli stessi centri urbani (Gualtieri 2003, pp. 254-255). Per un quadro archeologico territoriale di ampio respiro, cfr. Volpe, Turchiano 2005.
[61] Small 1999, pp. 590-600.
[62] Gualtieri 2003, p. 256.
[63] Una prima descrizione del pavimento, che tuttavia necessita di un riesame critico e metodologico più aggiornato, su può trovare in Capano 1987, pp. 53-56, figg. 8-13.
[64] Décor I, p. 41, pl. 12a.
[65] Ivi, p. 336, pl. 215c.
[66] Si conservano soltanto i pannelli posti sul lato dello stibadium (nord), mentre quelli che si trovavano in corrispondenza dell’ingresso alla coenatio (sud) sono andati quasi completamente perduti.
[67] Décor I, p. 44, pl. 15f.
[68] Ivi, p. 289, pl. 184e.
[69] Ivi, p. 258, pl. 168c (variante).
[70] Ivi, p. 374, pl. 239c.
[71] Ivi, p. 260, pl. 169d.
[72] Studio del motivo: Rinaldi, Veneto, pp. 128-129.
[73] Cfr. Faedo 1999, pp. 525-526.
[74] Siponto: Moreno Cassano 1976, p. 281, fig. 7; Egnathia: ivi, pp. 318-319, fig. 75.
[75] Es. Salies 1974, p. 63, fig. 16 (Olimpia, domus).
[76] Es. Asemakopulu-Atzaka 1998, tav. XLIX (pannello musivo dalla chiesa di Panorama, nel distretto di Salonicco).
[77] Al riguardo si vedano le più ampie considerazioni sulla cultura musiva della Lucania in età tardoantica contenute in Donnici 2017, pp. 11-22.
[78] Per cui cfr., ad es., Moreno Cassano 1976, pp. 277-373 e De Santis 1998, pp. 165-168.
[79] Gualtieri 2003, p. 246.
[80] Donnici 2017, p. 19, nota 38.
[81] Così Gualtieri 2003, p. 245.
[82] Grassigli 1998, p. 170.
[83] Ivi, pp. 175-201.

Abbreviazioni bibliografiche

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